La cattivocrazia

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L'orizzonte cinico che accomuna governati e governanti
Il presidente turco Erdogan ha sorriso leggermente quando, incontrando la Presidente della Commissione Europea von der Layen insieme al Presidente del Consiglio UE Michel, ne ha palesemente sminuito il ruolo politico sedendola defilata rispetto al collega maschio. Il ministro israeliano Gvir invece è apparso tronfio mentre illustrava le foto sulla distruzione di Gaza appese nei corridoi di un carcere. “I detenuti palestinesi le devono vedere tutti i giorni, uno di loro ha anche riconosciuto i resti della sua casa” - ha commentato compiaciuto, concludendo - “Così dev'essere”. Più esplicito ancora il presidente USA Trump all'inaugurazione del controverso centro di detenzione per migranti irregolari nelle paludi della Florida: “Gli alligatori come guardie costano poco”.
I gesti minori, gli eventi secondari a volte spiegano più delle grandi dichiarazioni di principio, e rivelano il significato reale della storia che stiamo vivendo. I fatti appena descritti ci parlano di un nuovo tempo politico, il tempo della cattiveria. L'angheria nei confronti dell'avversario, visto soltanto come nemico, è diventata esplicita, si esibisce quasi con compiacimento. Il leader è chi sa mostrarsi più duro, più cinico, appunto più cattivo.
E non vale solo per la politica internazionale. In Italia nel 2017 il leader della Lega a proposito dei migranti diceva: “Bisogna salvare chiunque in mezzo al mare, ma poi riportarlo indietro. Bisogna scaricarli sulle spiagge, con una bella pacca sulla spalla, un sacchetto di noccioline e un gelato”. Più di recente un sottosegretario alla giustizia, parlando di un nuovo automezzo della polizia penitenziaria: "L'idea di [...] far sapere ai cittadini come noi incalziamo e non lasciamo respirare chi sta dietro quel vetro oscurato, è per me un'intima gioia”. La cattiveria al potere, dunque. Specchio peraltro di una società stessa cattiva, arrabbiata, astiosa. Perché i governati non sono migliori dei governanti, basti pensare alle risse nei pronto soccorso, alle aggressioni verso gli insegnanti, ai coltelli estratti per un semplice sguardo...
Ed è anche vero che la politica non è mai stata un pranzo di gala, per parafrasare Mao. Però in passato la violenza a cui ricorreva era nascosta dietro una facciata di buona educazione, frenata da vincoli di rispetto almeno formale alle ragioni del diritto. Oggi, in nome della realpolitik o di un indefinito interesse nazionale, le questioni giuridiche sono apertamente sbeffeggiate. Un mandato d'arresto della Corte penale internazionale vale poco o niente, una risoluzione dell'ONU carta straccia. Vince il ghigno del cattivo, vincono le urla e gli insulti come mostrano plasticamente le conferenze stampa alla Casa Bianca. Chi non si adegua è denigrato, tacciato di debolezza e buonismo.
Intendiamoci, anche la bontà ha i suoi limiti e può fare danni, come raccontava bene nei suoi libri Luca Rastello. La patina di umanitarismo può nascondere interessi personali e affari dei più ignobili. Ma il diritto umanitario, la mediazione politica, la giustizia internazionale sono stati grandi traguardi storici raggiunti dall'umanità quando ha iniziato a contare le teste secondo il principio democratico, anziché tagliarle per la legge del più forte. Accettare la democrazia ha significato rinunciare al governo del migliore, per puntare al meno peggio e soprattutto al più condiviso. Senza per questo rinunciare all'ambizione, all'utopia, ma mitigandola con la necessità del consenso e con la sobrietà del galateo istituzionale.
Oggi tutto questo è considerato vecchiume, siamo tornati a confondere la forza con la violenza, il diritto con la maggioranza: tipica l'accusa ai giudici di intralciare con le proprie sentenze il volere del popolo... Un'accusa che accomuna i governi e regimi più diversi in giro per il mondo, uniti dal filo rosso del populismo demagogico. Inserito a seconda dei casi nel nazionalismo (pseudo)identitario, com'è il caso di Orban e delle destre europee, oppure nel liberismo selvaggio come per Milei e la sua motosega.
Così entriamo in un mondo nuovo, dove si recuperano vecchi arnesi del passato – la tortura o il nucleare, per fare due esempi, non più tabù da nascondere – e li si mescola alla politica post-democratica del consenso liquido, figlio dei fake urlati e dei like sui social media. Così entriamo nella cattivocrazia.
Benvenuti dunque, e se non vi sta bene - direbbe un leader contemporaneo, con parole forse più colorite - toglietevi pure dai piedi.
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