“Il covid ha conseguenze sul cervello”
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SALTO: Dottoressa Versace, partiamo dal vostro gruppo. Chi siete e di cosa vi occupate oggi?
Viviana Versace: Siamo un gruppo di neurologi che lavora presso il reparto di neuroriabilitazione di Vipiteno. Oltre all’attività clinica portiamo avanti da circa dieci anni un’intensa attività di ricerca su diverse patologie neurologiche. Il team è multidisciplinare, oltre ai neurologi infatti collaborano con noi un tecnico di neurofisiopatologia, una neuropsicologa e un fisioterapista. Rispetto a un anno fa c'è una novità organizzativa, il laboratorio di ricerca si è sdoppiato. Il nucleo originario è rimasto a Vipiteno, ma abbiamo aperto un laboratorio anche presso la nuova clinica dell’ospedale di Bolzano, dove svolgiamo la parte strumentale di neurofisiologia sperimentale, con stimolazione magnetica transcranica ed elettroencefalogramma ad alta densità. Questo facilita molto gli studi sui pazienti ricoverati a Bolzano, perché lavoriamo direttamente all’interno dell’ospedale.
E da quando avete deciso di occuparvi di Long Covid?
Appena è stato possibile, nel 2020 in piena pandemia. Come gruppo facevamo già ricerca su altre patologie neurologiche, ma il Long Covid ha avuto un’eco mediatica enorme. Si tratta di un fenomeno nuovo, con numeri preoccupanti.
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Oggi quindi il Long Covid è una diagnosi riconosciuta?
Esatto. L’Organizzazione Mondiale della Sanità lo ha definito e riconosciuto ufficialmente. È una sindrome che insorge dopo un’infezione acuta da Covid e si manifesta con sintomi persistenti oltre le dodici settimane dalla fase acuta. I sintomi più frequenti e invalidanti sono la fatigue, cioè una fatica cronica sproporzionata, l’annebbiamento mentale e i disturbi dell’olfatto. A questi possono aggiungersi disturbi del sonno, fiato corto, dolori muscoloscheletrici, alterazioni dell’umore.
Recentemente avete pubblicato un nuovo studio in merito. Cosa avete dimostrato con i vostri lavori?
Abbiamo osservato inizialmente circa 70 pazienti altoatesini con sintomi persistenti arrivati volontariamente al nostro ospedale. In totale abbiamo analizzato quasi 200 casi. In particolare abbiamo notato un’alterazione significativa dell’attività dei lobi frontali. Sappiamo che ad esempio la fatigue è un sintomo neurologico presente in altre patologie. Abbiamo dimostrato che con dati oggettivi che anche nel Long Covid esiste una base neurofisiologica.
Non è quindi il virus che rimane nel cervello per mesi, ma è la risposta immunitaria iper-infiammatoria che altera temporaneamente metabolismo e funzione cerebrale.
Il virus attacca direttamente il cervello?
Non nel senso classico. Il SARS-CoV-2 non è un virus encefalitico come ad esempio l’herpes simplex. Tuttavia si è visto che può innescare una risposta infiammatoria molto intensa. In una minoranza di casi, probabilmente penetrando attraverso i nervi olfattori, può scatenare nei lobi frontali una risposta infiammatoria simile a una forma lieve di encefalite. Non è quindi il virus che rimane nel cervello per mesi, ma è la risposta immunitaria iper-infiammatoria che altera temporaneamente metabolismo e funzione cerebrale. Nella maggior parte dei pazienti questa risposta si spegne e non lascia danni strutturali permanenti.
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Esistono altri virus che hanno conseguenze simili?
Sì, molti virus possono provocare encefaliti. Anche l’influenza causa, per alcuni giorni, rallentamento, mal di testa, affaticamento. La differenza con il Long Covid è la durata: settimane o mesi anziché pochi giorni. Ciò che ha reso il Covid unico sono state le proporzioni. Milioni di persone colpite contemporaneamente hanno spinto la comunità scientifica a produrre in sei anni una quantità di dati enorme, non paragonabile ad altre malattie studiate nello stesso arco di tempo.
Le nuove varianti sembrano meno associate a complicanze neurologiche e le vaccinazioni hanno modificato la risposta dell’organismo all’infezione.
Che percentuale di persone che ha avuto il Covid rischia il Long Covid?
Le statistiche internazionali indicano che tra il 5 e il 10% degli infettati sviluppa sintomi persistenti oltre le 12 settimane. È una percentuale alta. La buona notizia è che nell'80-90% dei casi la sindrome regredisce spontaneamente nell’arco di alcuni mesi. Tuttavia circa il 20% dei nostri pazienti non ha avuto un miglioramento significativo, quindi non si tratta di una quota trascurabile.
Oggi l’incidenza è cambiata?
Sì. Le nuove varianti sembrano meno associate a complicanze neurologiche e le vaccinazioni hanno modificato la risposta dell’organismo all’infezione. L’incidenza attuale è molto più bassa, ma la condizione esiste ancora.
Esiste una terapia specifica?
No, non esiste una cura. L’approccio da adottare è sintomatico e multidisciplinare. Trattiamo insonnia, cefalea o dolore con terapie mirate. Nei casi di rallentamento cognitivo importante offriamo percorsi di riabilitazione cognitiva, in ospedale o a domicilio. Per la fatigue non ci sono farmaci risolutivi, ma strategie di gestione dell’energia e, nei casi più gravi, percorsi di fisioterapia.
Dopo la pubblicazione di quest’ultimo articolo continuerete a occuparvi di Long Covid?
L’attività clinica prosegue, ma dal punto di vista della ricerca il focus è tornato prevalentemente ad altre patologie neurologiche, come ictus e malattia di Parkinson, che studiavamo già prima della pandemia. Per cinque anni ci siamo dedicati quasi esclusivamente al Covid; oggi, fortunatamente, l’emergenza si è ridimensionata.
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