Politica | Intervista doppia

Se la giustizia è sotto tiro

Referendum costituzionale, perché opporsi alla riforma Nordio. Bachelet (Comitato Società civile per il No): “In pericolo l’equilibrio tra i poteri, cittadini meno garantiti”. Oliverio (Cgil): “Non affronta i problemi veri del sistema giudiziario”.
Avvertenza: Questo contributo rispecchia l’opinione personale del partner e non necessariamente quella della redazione di SALTO.
  • La riforma della giustizia, al centro del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo, rischia di piegare i tribunali alla politica. Giovanni Bachelet, presidente del Comitato Società Civile per il No, e Florindo Oliverio, responsabile politiche istituzionali della CGIL nazionale, mettono in guardia: meno indipendenza dei magistrati significa meno tutele per tutti e un colpo all’equilibrio dello Stato.

     

    SALTO: Qual è il punto centrale di questo referendum che i cittadini devono avere chiaro?

    Giovanni Bachelet: Il tema fondamentale è la tutela dellequilibrio tra i poteri dello Stato — legislativo, esecutivo e giudiziario — così come voluto dalle madri e dai padri costituenti. La riforma Nordio altera tale equilibrio, spostandolo a favore della politica. Perché questo dovrebbe importare ai cittadini? Se la politica può influenzare le condanne, i capi dimputazione, decidere chi resta in carcere e chi no, la libertà delle persone non dipenderebbe più da un potere terzo e indipendente ma da chi ha vinto le elezioni. Sarebbe un pericolo per tutti, perché trasformerebbe la giustizia in uno strumento del potere politico. 

    L’Italia, attraverso questo referendum, può rappresentare una riscossa civile contro la concezione secondo cui chi vince le elezioni può fare ciò che vuole

  • Giovanni Bachelet è presidente del “Comitato della Società Civile per il NO” al referendum costituzionale sulla giustizia Foto: Giovanni Bachelet

    È questo laspetto della riforma che la preoccupa di più?

    Il problema è il senso che i suoi promotori le attribuiscono. In occasione dell’approvazione in Senato della riforma della giustizia — avvenuta in concomitanza con lo stop della Corte dei Conti al progetto, stimato a 13,5 miliardi di euro, del Ponte sullo Stretto — la Presidente del Consiglio ha sostenuto che la riforma della giustizia e quella della Corte dei Conti rappresentano la risposta più adeguata a un’intollerabile invadenza della magistratura. In questo quadro si afferma l’idea che i controlli di legalità siano un ostacolo all’azione di governo e che quindi vadano rimossi. Un’impostazione che emerge anche nelle dichiarazioni del ministro Nordio, secondo cui la riforma sarebbe utile anche a chi oggi è all’opposizione qualora dovesse andare al governo. Vale la pena ricordare che una magistratura indipendente e non sottoposta all’esecutivo torna utile anche quando il potere si perde, non solo quando lo si esercita.

    In che modo la riforma potrebbe incidere sullequilibrio tra poteri dello Stato e sull'autonomia della magistratura?

    L’equilibrio è stato storicamente garantito dall’esistenza di un unico organo di autogoverno della magistratura: il CSM. Il Consiglio Superiore della Magistratura, che decide su nomine, trasferimenti, promozioni e procedimenti disciplinari, rappresenta da quasi settant’anni un punto di stabilità nei rapporti tra potere giudiziario e potere politico. Si tratta, peraltro, di un autogoverno temperato: infatti proprio grazie alla sua composizione mista garantisce un bilanciamento costituzionale.
    Il punto è che, in pratica, il dispositivo che garantiva l’autonomia della magistratura viene smontato e frammentato in più organismi, nessuno dei quali possiede la forza di garanzia dell’assetto originario. Ne risulta un indebolimento complessivo dell’ordine giudiziario rispetto alla politica, anche perché i suoi rappresentanti non sono più eletti, ma sorteggiati — scelta del tutto inedita nel panorama comparato.

    Che modello di giustizia si sta delineando?

    La riforma, con la nuova struttura dei due Consigli superiori e dell’Alta corte disciplinare, apre ampi varchi alla legge ordinaria che dovrà attuarla. Il risultato sarà una giustizia più docile verso chi governa e più severa verso chi non ha potere politico o economico. Il governo punta a controllare il potere disciplinare dei magistrati per poterli tenere sotto pressione. Fenomeni simili si sono visti con Trump negli Stati Uniti o con Orbán in Ungheria; il potere assoluto si costruisce indebolendo dall’interno le strutture democratiche, a partire dalla separazione dei poteri, barriera contro l’autoritarismo. L’Italia, attraverso questo referendum, può rappresentare una riscossa civile contro la concezione secondo cui chi vince le elezioni può fare ciò che vuole. Si tratta di una questione vitale per assicurare ai nostri figli e nipoti una magistratura libera, autonoma e indipendente.

  • L'assemblea generale della CGIL/AGB: via alla campagna per il No al referendum costituzionale sulla giustizia Foto: CGIL/AGB
  • Quella del ministro Nordio viene presentata come una riforma nell'interesse dei cittadini”, ma chi ne trarrebbe davvero vantaggio?

    Florindo Oliverio: La riforma non mira né a tutelare i cittadini né a migliorare l’efficienza della giustizia. Il suo vero obiettivo è indebolire il CSM, dividendolo in due e privandolo di una funzione fondamentale come quella disciplinare. Più che una riforma, sembra un regolamento di conti a favore del potere legislativo ed esecutivo, a scapito di quello giudiziario.

    Cosa cambia davvero per un cittadino che entra in tribunale se vince il Sì al referendum?

    Diventa più difficile far valere i propri diritti. Se la politica può intervenire su una sentenza sgradita, si mette in discussione uno dei pilastri della democrazia: il principio di uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Ricordiamoci che molte norme fondamentali per esempio in materia di tutela ambientale, salute e sicurezza sul lavoro, nascono da sentenze di giudici che hanno spinto il Parlamento a legiferare. Senza l’attività dei magistrati, leggi come la 626 e la legge 81 sulla sicurezza nei luoghi di lavoro non esisterebbero. Subordinare la magistratura al potere politico significa indebolire la protezione dei cittadini. La cosiddetta “separazione delle carriere” è uno specchietto per le allodole: il tema è proteggere l’indipendenza della giustizia e, con essa, i diritti di tutti. 

    Più che una riforma, sembra un regolamento di conti a favore del potere legislativo ed esecutivo, a scapito di quello giudiziario

  • Florindo Oliverio ricopre la funzione di responsabile politiche istituzionali della CGIL nazionale Foto: CGIL

    Che responsabilità ha la politica per aver trasformato un tema delicato come la giustizia in uno scontro ideologico?

    La responsabilità è massima. Oggi il cittadino medio che si trova davanti al sistema giudiziario italiano si scontra con costi elevati e tempi così lunghi da vanificare spesso l’efficacia di una sentenza favorevole. Questi restano i reali nodi del sistema.

    Si può parlare di riforma della giustizia senza affrontare temi come risorse, organici, tempi dei processi?

    L’articolo 110 della Costituzione è chiaro: al Ministro della Giustizia spettano l’organizzazione e il funzionamento dei servizi della giustizia, ferme restando le competenze del CSM. Eppure da anni si evita di intervenire dove servirebbe davvero. Il PNRR ha messo sul tavolo 24 miliardi di euro per digitalizzare la giustizia e smaltire gli arretrati. La risposta è stata l’assunzione di 12mila lavoratori precari, i cui contratti scadranno il prossimo 30 giugno. La maggior parte di loro erano confluiti nei cosiddetti “uffici per il processo”, strutture di supporto al lavoro dei magistrati. A oggi, l’unica promessa del ministro Nordio — sempre che venga mantenuta —, è la stabilizzazione di 9mila di loro. Resta però un’incognita fondamentale: l’ufficio per il processo resterà attivo o verrà smantellato? In assenza di certezze quel personale rischia di essere spostato nelle cancellerie per coprire carenze temporanee, finendo a svolgere mansioni diverse da quelle per cui è stato formato. Questi professionisti hanno contribuito concretamente a velocizzare il lavoro dei tribunali e senza di loro il sistema rischia di tornare a rallentare. Un paradosso: si investe per accelerare, poi si torna indietro. E comunque non basta. Mancano magistrati, manca personale amministrativo, le carceri sono sovraffollate e indecorose, i tempi dei processi restano incompatibili con la “ragionevole durata” prevista dalla Costituzione. Parliamo di problemi veri, ma la riforma non li tocca. E una riforma che ignora la realtà non è una riforma: è propaganda.