“La riforma realizza il giusto processo”
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SALTO: Avvocato Tonon, qual è la ragione più importante che la spinge a votare sì?
Alessandro Tonon: L’art. 111 della Costituzione contempla il giusto processo. Per essere tale si deve svolgere, nel contraddittorio tra le parti, davanti a giudice terzo e imparziale. La terzietà del Giudice serve per garantire la imparzialità della decisione. Per poter avere un Giudice davvero terzo e che appaia anche tale, egli deve essere distinto e distante, anche sotto il profilo organizzativo, dal Pubblico Ministero ed essere altresì libero da qualsivoglia condizionamento o da appartenenze comuni.
Oggi, invece, Giudice e Pubblico Ministero appartengono alla stessa organizzazione e pertanto, l’art. 111 della Costituzione, non ha ancora trovato piena attuazione. In un sistema liberale è evidente che il controllore non può appartenere alla stessa organizzazione del controllato. Pubblico Ministero e Giudice hanno compiti e funzioni diverse: il PM, che ha un grande potere, conduce le indagini e raccoglie elementi a carico dell’indagato. Il Giudice, invece, deve valutare le prove e porsi in una condizione di conflitto con l’ipotesi accusatoria poiché deve garantire i diritti di libertà delle persone.
“La riforma non prevede alcun indebolimento della Magistratura, anzi rafforza autonomia e indipendenza di tutti i Magistrati”
I sostenitori del Sì parlano della separazione delle carriere come di una svolta necessaria per riequilibrare il sistema, mentre i sostenitori del No temono un indebolimento della magistratura. Quale di questi due rischi le sembra più concreto e perché?
La riforma non prevede alcun indebolimento della Magistratura, anzi rafforza autonomia e indipendenza di tutti i Magistrati sia requirenti che giudicanti. Il nuovo art. 104 della Costituzione infatti, specifica chiaramente: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente.” Sostenere che la distinzione delle due carriere sia un indebolimento della Magistratura non trova alcun riscontro nel dato normativo. Più che un rischio, il riequilibrio del sistema, è un auspicio per uno Stato di diritto democratico e liberale.
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Verso il referendum
In vista del referendum costituzionale sulla giustizia, SALTO ha posto sei domande sulla riforma a chi lavora nell’ambito del diritto, per esporre le ragioni del sì e del no. Nel prossimo episodio di questa serie di articoli sentiremo il parere del Procuratore di Bolzano Axel Bisignano.
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Se la riforma fosse approvata, come cambierebbe il rapporto tra magistratura e politica?
Questa riforma porterà solo benefici. La Magistratura continuerà ad essere autonoma e indipendente da qualsivoglia altro potere. Il singolo Magistrato, inoltre, non sentirà più la necessità di appartenere a questa o quella corrente. Verranno meno logiche correntizie e questo tutelerà maggiormente tutti i Magistrati, che faranno finalmente carriera per meriti e non per logiche d’appartenenza. Quanto precede è evidentemente d’interesse anche per tutti i cittadini.
“Se la riforma passasse avremo finalmente realizzato il giusto processo come previsto dall’art. 111 della Costituzione”
Se questa riforma entrasse in vigore domani, cosa cambierebbe nei Tribunali italiani tra un anno? Quali sarebbero le reali conseguenze sulla giustizia?
Innanzitutto avremo finalmente realizzato il giusto processo come previsto dall’art. 111 della Costituzione, con un Giudice equidistante rispetto ad accusa e difesa il che costituirà una garanzia per tutti. Inoltre, un processo giusto, consentirà di evitare errori drammatici. Basti pensare che nel nostro Paese, dal 1992 ad oggi, lo Stato italiano ha versato circa un miliardo di euro a titolo di risarcimento del danno per l’ingiusta detenzione subita da cittadini innocenti.
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Secondo lei questa riforma affronta davvero i problemi strutturali della giustizia italiana o rischia di essere una risposta simbolica a un malessere più profondo?
Chi avversa questa riforma è affetto da benaltrismo che indica chi vuole eludere un problema sostenendo che ve ne siano altri da risolvere. Avere un processo giusto, in linea con tutti gli altri Paesi occidentali che hanno un codice accusatorio è di importanza fondamentale. L’Italia è un’anomalia considerato che ad oggi, gli unici Paesi che non hanno la separazione delle carriere, sono la Romania e la Turchia. D’altro canto, come ho già rilevato, la riforma avrà una ricaduta positiva poiché diminuiranno gli errori e, persino, potranno esserci effetti positivi anche in termini di efficienza. In questo contesto, ricordo che nel nostro Paese, nella fase delle indagini, vengono concesse proroghe anche quando non necessario e che i Giudici, autorizzano intercettazioni telefoniche nel 94% dei casi in cui i cui i Pubblici Ministeri le richiedono. Un maggiore controllo avrà effetti anche sulla durata dei processi e probabilmente ci saranno anche più archiviazioni di quanto non ve ne siano oggi.
Se dovesse convincere un elettore indeciso con un solo argomento, quale userebbe?
I processi sono come le malattie: fino a quando non si hanno e riguardano gli altri, ci si tiene lontani. Quando però noi o un nostro caro subiamo un processo, ci rendiamo conto come sia indispensabile che il Giudice non sia imparentato con il Pubblico Ministero. Un Magistrato ha sostenuto che Pubblico Ministero e il Giudice sono fratelli nel processo. Nessun imputato, credo, sarebbe contento di essere giudicato dal fratello di chi sostiene l’accusa.
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Il referendum
La riforma costituzionale sulla separazione delle carriere (nota come “riforma Nordio”) è una modifica approvata dal Parlamento italiano che ridefinisce profondamente l’ordinamento della magistratura: distingue formalmente i percorsi professionali dei giudici da quelli dei pubblici ministeri, crea due Consigli Superiori della Magistratura separati anziché uno solo e introduce anche un nuovo organismo disciplinare e un sistema di selezione dei membri tramite sorteggio anziché elezione tradizionale. Queste modifiche non sono ancora in vigore perché, non avendo ottenuto la maggioranza dei due terzi nelle Camere, devono ora essere confermate o respinte dagli elettori tramite un referendum costituzionale (in programma il 22-23 marzo 2026). I cittadini dovranno decidere se approvarle definitivamente o mantenere l’attuale assetto costituzionale.
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