Learning from Vienna
-
Alberto Winterle: Riguardare oggi l’esperienza abitativa viennese, originata in un particolare momento sociopolitico tra il 1919 e 1933 ma la cui impostazione trova ragione ancora oggi dopo un intero secolo, ci pone di fronte ad un sostanziale dubbio.
E‘ possibile veramente “imparare” dalle politiche virtuose di questa particolare realtà urbana, cercando di applicare tali logiche in altri contesti, o di fatto Vienna costituisce un unicum, un’eccezione che possiamo trattare solo come caso studio inarrivabile? Si tratta di un dubbio alimentato dalla difficoltà di interpretazione e di individuazione dei corretti metri di giudizio che già negli anni ’80 Manfredo Tafuri evidenziava nell’incipit del suo testo dedicato all’esperienza viennese: “il grandioso esperimento che la Vienna socialista rende concreto sia a livello sociopolitico che a livello architettonico rappresenta un problematico punto d’incontro fra componenti diverse, che hanno in comune fra loro almeno un carattere di eccezionalità rispetto alle formulazioni considerate classiche nell’Europa degli anni Venti” (Manfredo Tafuri, “Vienna Rossa”, Electa 1980).
-
Dialogo in due parti
Il testo è stato pubblicato nell’ultimo numero di Turris Babel, rivista della Fondazione Architettura Alto Adige, #139. SALTO pubblica il dialogo in due parti.
-
Insieme a Sabine Pollak e Lorenzo Romito, hai recentemente curato il padiglione austriaco della Biennale di Venezia e due numeri della rivista ARCH+ dedicati all’esperienza abitativa viennese, vogliamo iniziare da qui? Dall’origine di tale realtà ormai consolidata?
“Vienna fu eccezionale non solo per ciò che costruì, ma per come costruì.”
Michael Obrist: Riguardare oggi l’esperienza abitativa viennese significa misurarsi con una delle più longeve e coerenti costruzioni istituzionali del progetto moderno. Dal 1919 al 1933, la cosiddetta Vienna Rossa fece dell’abitazione la cellula fondativa di una democrazia sociale: la casa non solo come bene materiale, ma come infrastruttura del vivere comune, in cui la cittadinanza trovava la propria forma spaziale. Manfredo Tafuri, nel suo Vienna Rossa (1980) che tu citi, scriveva appunto che quell’esperimento rappresentava un “problematico punto d’incontro fra componenti diverse, accomunate da un carattere di eccezionalità rispetto alle formulazioni classiche degli anni Venti”. In altre parole, Vienna fu eccezionale non solo per ciò che costruì, ma per come costruì: intrecciando urbanistica, politica e cultura in un dispositivo unico di emancipazione sociale.
-
Alberto Winterle (1965) ha studiato architettura a Venezia e nel 1998 ha fondato insieme a Lorenzo Weber lo studio di architettura weber + winterle architetti a Trento. Dal 2005 è redattore di Turris Babel, la rivista della Fondazione Architettura Alto Adige. Dal 2015 è caporedattore del giornale.
Michael Obrist è socio fondatore dello studio di architettura “feld72” con sede a Vienna e uffici nel Vorarlberg e in Alto Adige. È nato in Alto Adige, ma oggi vive e lavora principalmente a Vienna, dove è anche professore di “Edilizia residenziale e progettazione” presso l’Università Tecnica di Vienna.
Foto: Seehauserfoto, feld 72/ Montaggio: SALTO -
Questa genealogia si capisce davvero se la leghiamo alla nostra eredità moderna. Come ho scritto in “Umbau und Transformation: Zur Beziehung zwischen Wohnfragen und Architektur” (Obrist, 2025), noi siamo tutti eredi della Modernità: circa novant’anni fa, la Carta di Atene (1933) promosse la separazione funzionale tra abitare, lavorare, educare, ricreare, demandando a una rete di mobilità sempre più densa il compito di ricucire ciò che era stato separato. Da allora quasi un secolo di pratiche ha lavorato su quella frattura con critica, sperimentazione, negazione o rilancio (Harbush et al., 2014).
L’ipotesi più discussa oggi è la “città a 15 minuti” (Moreno, 2024): prossimità come risposta alle separazioni moderniste. Ma qui si mostra un paradosso: l’immaginario della “buona città” viene spesso incarnato da tessuti pre-moderni — si pensi a Parigi — gli stessi che il Plan Voisin avrebbe voluto demolire (Cohen & Benton, 2019). Ne risulta una città-vetrina, densa di bellezza e turismo, dove prezzi medi dell’ordine di 10.000 €/m² selezionano ceti e rendono la “15 minuti” del centro l’incubo dei 45 minuti per chi è spinto nella metropoli diffusa. È la minaccia che grava sulla “classica città europea”: centri storici iper-contesi e regioni metropolitane che si espandono perché lì soltanto l’abitare è pagabile.
“Come possiamo abitare meglio, al di là della logica speculativa?”
Spostando lo sguardo su Vienna, riconosciamo somiglianze nella grammatica spaziale, ma una differenza decisiva: l’ampia disponibilità di abitazioni accessibili per la maggioranza. A differenza di molte capitali in cui la trasformazione economica si è esibita nello spettacolo dell’icona, a Vienna la rottura è sotto la superficie: nella politica del suolo, nelle regole di accesso, nella continuità amministrativa. Per questo Vienna sembra inserirsi in un nuovo capitolo delle “città invisibili” (Calvino): una città in cui l’innovazione è anzitutto istituzionale, meno appariscente e più incisiva.
Ed è precisamente questo che abbiamo voluto esplorare con l'“Agency for Better Living”, nel Padiglione austriaco alla Biennale di Venezia curato insieme a Sabine Pollak e Lorenzo Romito. L’Agency parte da una domanda chiara: come possiamo abitare meglio, al di là della logica speculativa? Abbiamo affiancato due sistemi opposti — Vienna e Roma — per mostrare che non esiste un solo modo di costruire la città come spazio di giustizia. Vienna rappresenta un modello top-down: una città che, tramite le proprie istituzioni, garantisce stabilità, accessibilità e sicurezza abitativa per quasi tutti. Il suo sistema, unico al mondo, produce coesione e sicurezza sociale grazie a un equilibrio fra intervento pubblico, cooperazione e pianificazione di lungo periodo. Roma, al contrario, mostra cosa accade quando lo Stato si ritira: il diritto all’abitare è reinventato dal basso — occupazioni, riusi, autogestione, creatività collettiva. Progetti come Spin Time (21.000 m² di un ex edificio amministrativo trasformato in casa, teatro, scuola, ristorante e servizi di mutuo aiuto) rivelano come la carenza di politiche possa generare risposte civiche innovative.
-
Affiancando Vienna e Roma, abbiamo messo in tensione due “intelligenze del vivere”: la cura istituzionale e la auto-organizzazione conflittuale. Due forme di politica abitativa che, pur opposte, condividono la medesima ambizione: trasformare l’abitare in atto di cittadinanza attiva. Questa dialettica è essenziale per capire perché Vienna non è un’eccezione museale, ma una matrice di pensiero politico ancora attuale. Come Sabine Pollak ed io abbiamo scritto nel testo introduttivo di ARCH+ “Agengy for Better Living”, , il “Better Living” richiede un apprendimento reciproco: non esistono modelli chiusi, esistono esperienze che dialogano.
Vienna dimostra che l’abitare accessibile non è un miracolo, ma il risultato di decisioni politiche coerenti. La sua politica fondiaria — diritti di superficie, edilizia sociale vincolata, cooperative, patrimonio comunale — ha creato margini d’azione altrove perduti. Oggi le sfide non riguardano solo il nuovo, ma soprattutto la trasformazione del patrimonio: il riuso delle grandi monostrutture degli anni Cinquanta e Sessanta (ad es. Per-Albin-Hansson-Siedlung) per rispondere a lavoro ibrido, clima, comunità, socialità. È un passaggio da “costruire case” a produrre città.
-
Questo cambio di scala è al centro del lavoro confluito in ARCH+ “Wien. Das Ende des Wohnbaus als Typologie” (con Christina Lenart e Bernadette Krejs, TU Wien), dove abbiamo posto tre domande: il rapporto tra questione abitativa e architettura; la transizione dalla “Sidelung” al quartiere come unità; il passaggio dall‘“edilizia sociale” al “Society Building”. A Vienna, nel backstage del “buon abitare”, opera da decenni un apparato di cura che genera sostenibilità sociale (Förster & Menking, 2016).
“’Mamma o papà Vienna' si occupino della casa per chi ne ha diritto.”
Ma ogni forza ha la sua ombra: quell’efficacia alimenta anche una aspettativa di servizio — la percezione che “mamma o papà Vienna” si occupino della casa per chi ne ha diritto. Il rischio sistemico è reale: basterebbe un “Right to Buy” mal congegnato per svuotare la struttura, e questa fragilità non sempre è percepita dall’elettore. Anche per questo la IBA_Wien (Internationale Bauausstellung) 2016–2022 può leggersi come dispositivo di consapevolezza: verso l’esterno (comunità internazionale) ma soprattutto verso l’interno (amministrazione e cittadinanza), per ribadire unicità e vulnerabilità del modello.
Nonostante Vienna guidi da anni le classifiche di vivibilità, con l’offerta di alloggi relativamente accessibili come pilastro, questo non si traduce automaticamente in soddisfazione diffusa. Eppure, rispetto alla crisi abitativa generalizzata, la posizione viennese — città di inquilini con riserve fondiarie — apre nuove possibilità in termini di scala, resilienza, sostenibilità ecologica e sociale. Dopo decenni di contrazione, dalla caduta della Cortina di Ferro Vienna è tornata a crescere (circa +500.000 abitanti, oggi di nuovo 2 milioni): il sapere dell’abitare accumulato in oltre un secolo si confronta con nuove negoziazioni sullo spazio e sulle risorse.
Qui la mobilità diventa urbanistica sociale: la riconversione dei grandi scali ferroviari, le riforme su sosta e standard, il passaggio dal possedere al condividere liberano spazio e riorganizzano la prossimità. Alla stagione delle mono-tipologie con comunità introverse si affianca la produzione di grandi quartieri continui in cui abitare, lavorare, educare, curarsi e stare si intrecciano lungo reti pedonali e strade pubbliche. Grazie a una lungimirante politica del suolo, emergono nuovi ibridi (edifici-città) dove tipologie robuste si combinano con forme abitative sperimentali: l’obiettivo è resilienza architettonica e coesione di quartiere (IBA Wien, 2022). Non è solo un cambio di forma: è un cambio di scala e di governance.
In questo scenario la domanda sull’abitare accessibile diventa anche questione di scalabilità: modularità dei processi, standard adattivi, tipi resilienti capaci di attraversare cicli di vita e usi imprevedibili. È qui che il lascito della Vienna socialista incontra il presente: non si tratta di ripetere il passato, ma di proseguire la sperimentazione politica del vivere insieme. Vienna non è un modello da copiare, bensì un archivio operativo da reinterpretare. La sua forza risiede nella durata: ha assorbito trasformazioni storiche, economiche e culturali senza perdere il proprio principio fondante — la casa come diritto, non come merce. Proprio per questo, oggi, è di nuovo politica.
Dunque, non si tratta di ripetere il passato, ma di proseguire la sperimentazione politica del vivere insieme, quella che la Vienna socialista aveva avviato e che oggi torna urgente di fronte a una crisi abitativa europea senza precedenti.
-
Winterle: Ciò che permette una coerente diffusione del sistema casa in affitto a Vienna è il fatto che l’offerta abitativa non si rivolge solo ai ceti meno abbienti ma si estende anche ad altre fasce sociali. Attraverso l’applicazione di canoni calmierati di fatto si amplia la possibilità di accesso al mercato dell’affitto. Si tratta non solo di un fatto tecnico, economico e gestionale ma anche di un fatto culturale. Nelle nostre realtà siamo portati a considerarci al sicuro solo se abbiamo una casa in proprietà, mentre l’idea di essere in affitto porta in sé un senso di insicurezza e precarietà.
Obrist: Uno dei cardini del sistema viennese è la sua cultura dell’affitto. In molte società, tra cui la nostra, la sicurezza coincide con la proprietà. L’abitazione di proprietà rappresenta il principale strumento di protezione e di status. A Vienna, invece, si è affermata una visione radicalmente diversa: la sicurezza nasce dalla fiducia nelle istituzioni pubbliche e dalla stabilità del sistema collettivo.
Circa il 77% della popolazione vive in affitto, e più della metà in alloggi a canone calmierato. Il sistema viennese non discrimina per classe sociale: il diritto all’abitare è universale. L’accesso agli alloggi pubblici è garantito da requisiti minimi – due anni di residenza in città, cittadinanza europea, reddito massimo di 60.000 euro netti per persona – ma non è riservato solo ai meno abbienti. È quindi più corretto parlare di “edilizia sociale universale”, non di housing per poveri. Questa scelta politica ha due conseguenze fondamentali:
1. previene la ghettizzazione e mantiene la mescolanza sociale;
2. genera una cultura della fiducia, in cui la casa non è strumento di investimento, ma condizione di appartenenza.
“È questa la vera forza del modello viennese: una cultura civica che si traduce in spazi di equità.”
Vienna è riuscita a consolidare questa cultura grazie a un istituzionale “welfare urbano” di straordinaria continuità. Con oltre 220.000 alloggi comunali e 200.000 abitazioni cooperative o sussidiate, la città possiede uno dei più ampi patrimoni pubblici d’Europa, un vero argine contro la speculazione.
Ma non è solo una questione economica. È una questione culturale. L´idea stessa di “abitare in affitto” è possibile solo dove esiste una fiducia collettiva nella politica del bene comune. In molte città europee – dove lo Stato ha dismesso i suoi compiti – questa fiducia è stata erosa.
A Vienna, al contrario, la casa in affitto rappresenta un segno di libertà e non di precarietà. Essa permette mobilità, adattamento, condivisione.
È questa la vera forza del modello viennese: una cultura civica che si traduce in spazi di equità.
-
Articoli correlati
Gesellschaft | Raum neu denken“Es fehlt der Mut zum Experiment”
Gesellschaft | Turris BabelEin Zuhause für alle
Acconsenti per leggere i commenti o per commentare tu stesso. Puoi revocare il tuo consenso in qualsiasi momento.