Film | Recensione

Il mio amico Hermann Göring

Il complesso rapporto tra il gerarca nazista e lo psichiatra militare americano Douglas Kelley è al centro di Nuremberg, l’ultimo lavoro di James Vanderbilt. Un film pieno di problemi e senza intuizioni.
Nuremberg
Foto: Screenshot
  • *1/2

    Di Nuremberg (Norimberga), il disastro scritto e diretto da James Vanderbilt in questi giorni in sala, rimane, ostinata, una domanda: in che momento è parsa una buona idea raffigurare Hermann Göring come un villain ammaliante e carismatico in stile Marvel? 

    Cos’è

    Il film, basato sul romanzo The Nazi and the Psychiatrist di Jack El-Hai, ripercorre (o meglio diluisce dato che i fatti vengono appena sfiorati) uno dei capitoli più complessi e simbolici della storia contemporanea: i Processi di Norimberga che, subito dopo la Seconda guerra mondiale, misero sotto accusa i principali gerarchi del regime nazista per genocidio e crimini contro l’umanità.

    Al centro del racconto c’è il tenente colonnello Douglas Kelley (Rami Malek), psichiatra dell’esercito statunitense incaricato di valutare la sanità mentale degli imputati per stabilirne l’idoneità al processo. Tra questi spicca Göring (Russell Crowe), ministro dell’Aviazione nel Terzo Reich e fondatore della Gestapo, abile oratore e manipolatore che si mostra fin dall’inizio deciso a trasformare il processo in un palcoscenico politico, rifiutando ogni responsabilità morale e presentandosi come un leader sconfitto, non come un criminale.

    Parallelamente, il film segue le pressioni politiche e legali affrontate dagli Alleati, guidati dal giudice Robert H. Jackson (Michael Shannon), chiamato a costruire un impianto giuridico senza precedenti, capace di affermare il principio secondo cui anche i capi di Stato e i vertici militari possono essere chiamati a rispondere dei propri crimini. Una sfida che si svolge sotto lo sguardo del mondo e con il peso di milioni di vittime da rappresentare.

  • (c) Sony Pictures Classics

  • Com’è

    Il primo dei problemi di Nuremberg è che non sa decidere cosa vuole essere: un courtroom drama, un period drama, un dramma psicologico. Tra bruschi cambi di tono e dialoghi tronfi e riempitivi, costruiti su battute a effetto, non compare l’ombra di un approfondimento – né sul peso etico delle responsabilità individuali e collettive, né sul processo legale stesso (spostare l’attenzione dal procedimento giudiziario ne diminuisce il valore storico), né sui personaggi. Siamo proprio sicuri che questo sia lo stesso James Vanderbilt che ha scritto Zodiac?

    Nessuno dei membri dell’alto comando nazista sotto processo ha una personalità, Göring escluso: l’unico con una vaga parvenza di caratterizzazione, mentre il film indulge sulla fantasia di rappresentare i vertici del regime hitleriano come ammalianti strateghi che possono essere “umanizzati”. Qui sta il problema di fondo dell’approccio del regista statunitense: umanizzare un nazista per comprenderne la psicologia è un conto, cercare di farci progressivamente affezionare all’uomo è un altro. Crowe fa quello che può con quello che gli viene dato, cioè molto poco. Per tre quarti della storia Göring e Kelley approfondiscono la loro conoscenza, senza antagonismo, finché per lo psichiatra non arriva il momento “rivelatore”: “Diamine, forse questo nazista è una brutta persona”. Incredibile, eh?

    La fotografia è quella di un film per la tv, i costumi sono troppo “puliti”, in sostanza niente sembra volersi guadagnare il nostro investimento emotivo. Per completare il quadro non facciamoci mancare nel finale un tentativo fiacco di alludere al mondo di oggi e al fascismo americano contemporaneo per rendere la pellicola “molto rilevante per i nostri tempi”. Non c’è in Nuremberg una singola idea nuova, nulla di istruttivo o riflessivo sul tema. Un film molto pigro che dimenticheremo mai abbastanza in fretta.