Remigrazione. Una proposta indecente
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„Ce ne fosse uno che muove critiche alla proposta di legge sulla Remigrazione dopo averla letta. Quanta superficialità, quanta ipocrisia, quanta malafede“. Questo il commento di Maurizio Puglisi Ghizzi – già candidato sindaco e consigliere comunale di CasaPound e oggi consigliere di quartiere in quota Lega a Don Bosco – alle critiche seguite all’annuncio della manifestazione „Remigrazione e Riconquista“ prevista per sabato 28 febbraio a Bolzano. Per dare a lettori e lettrici un quadro più esaustivo, SALTO ha analizzato il testo depositato alla Corte di Cassazione il 30 gennaio 2026. Per ragioni di spazio, di seguito ci siamo concentrati su alcuni degli aspetti più problematici sotto il profilo del diritto costituzionale, europeo e internazionale. E (spoiler) le criticità emergono a partire dall’impianto valoriale del progetto normativo.
La proposta di legge di iniziativa popolare „Remigrazione e Riconquista“, che al 17 febbraio ha raccolto 114.346 firme (ne bastavano 50.000 per il raggiungimento del quorum), è articolata in 24 articoli suddivisi in sei capi tematici: Disposizioni generali, Contrasto all’immigrazione irregolare e allo sfruttamento, Programma nazionale di remigrazione, Disciplina delle organizzazioni non governative, Politiche demografiche e lavoro e Disposizioni finali e transitorie. Sebbene si presenti come un intervento organico di ridefinizione delle politiche migratorie italiane, l’iniziativa legislativa non si limita a incidere su singoli istituti, ma costruisce un impianto complessivo che, tra le altre cose, rafforza strumenti espulsivi, restringe canali di stabilizzazione giuridica, introduce nuove ipotesi di revoca della cittadinanza e riconverte risorse dall'„integrazione“ al rimpatrio.
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Già l’articolo 2, che qualifica come „principio inderogabile“ l’inesistenza di un „diritto intrinseco a migrare“, rivela un’impostazione fortemente assertiva. Anche se nel diritto internazionale non esiste un diritto soggettivo ad entrare e stabilirsi liberamente in qualunque Stato, tale formulazione assoluta rischia di violare diritti espressamente riconosciuti. Tra questi, vi è l’articolo 13 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che „garantisce a ogni individuo il diritto alla libertà di movimento e di residenza, nonché il diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio“. Sulla stessa linea si colloca l’articolo 12 del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici delle Nazioni Unite, che consente limitazioni solo se previste dalla legge e necessarie per fini legittimi.
Inoltre, l’articolo 33 della Convenzione di Ginevra stabilisce che „nessuno Stato contraente espellerà o respingerà un rifugiato verso territori in cui la sua vita o libertà sarebbero minacciate“, in ragione del principio di non-refoulement. Per quanto riguarda l’ordinamento italiano, l’articolo 10, comma 3 della Costituzione riconosce il diritto d’asilo allo straniero cui sia impedito nel proprio Paese l’esercizio delle libertà democratiche. Dichiarare „inderogabile“ l’inesistenza di un diritto a migrare, senza esplicitare il necessario bilanciamento con queste norme superiori, rischia pertanto di porsi in tensione con il principio di conformità dell’ordinamento interno agli obblighi internazionali.
Secondo i dati dell’Onu, nel 2024 erano 123,2 milioni i migranti forzati per persecuzioni, violenze o disastri ambientali. La maggioranza – 73,5 milioni – è costituita da sfollati interni.
L’articolo 3 prevede punizioni per chiunque „agevoli l’ingresso irregolare“ con pene fino a otto anni, stabilendo la confisca anche preventiva di beni, patrimoni e aziende. Ciò amplierebbe in modo significativo l’attuale disciplina del decreto legislativo 286/1998. Quest’ultimo già persegue il favoreggiamento della cosiddetta immigrazione irregolare, ma la giurisprudenza ha distinto tra condotte a fine di lucro e interventi di assistenza umanitaria. Una formulazione generica, priva di una clausola esplicita di esclusione per attività di soccorso o solidarietà, potrebbe produrre un effetto dissuasivo sulle organizzazioni umanitarie. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha più volte affermato che misure sanzionatorie sproporzionate possono incidere sul diritto alla vita privata e familiare e sulla libertà di associazione, sanciti rispettivamente dagli articoli 8 e 11 CEDU. Inoltre, la previsione di confische preventive generalizzate, se non ancorata a rigorosi presupposti e a un controllo giurisdizionale effettivo, rischia di confliggere con la presunzione di innocenza sancita dall’articolo 27 della Costituzione e con il principio di proporzionalità della pena.
L’articolo 5, invece, introduce l’allontanamento coattivo alla frontiera e un divieto di reingresso per un periodo minimo di dieci anni. In questo caso il confronto con la Direttiva 2008/115/CE è centrale. In particolare, all’articolo 11 la direttiva stabilisce che il divieto di ingresso non può superare i cinque anni, salvo minacce gravi all’ordine pubblico o alla sicurezza. Inoltre, impone una valutazione individuale e la considerazione di circostanze specifiche, tra cui l’interesse superiore del minore e la vita familiare. E ancora, l’articolo 4 del Protocollo n. 4 alla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali vieta le espulsioni collettive, mentre la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha ricordato più volte che i respingimenti automatici alle frontiere possono violare l’articolo 3 CEDU, che proibisce „il trattamento o la pena inumana o degradante“.
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Particolarmente delicato è l’articolo 7 dell’iniziativa legislativa del Comitato Remigrazione e Riconquista, che -in caso di condanna definitiva per una vasta gamma di reati, inclusi quelli puniti con pena massima non inferiore a cinque anni- consente la revoca della cittadinanza acquisita per naturalizzazione. Questa procedura comporta l’espulsione immediata della persona, con conseguente divieto permanente di reingresso. In questo caso il problema principale risiede nella creazione di un doppio regime di cittadinanza: il cittadino naturalizzato si troverebbe esposto a una sanzione ulteriore rispetto a quello „originario“. Ciò pone seri dubbi di compatibilità con l’articolo 3 della Costituzione, secondo cui „tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge“. Sul piano internazionale, la sottrazione della cittadinanza deve evitare di produrre situazioni di apolidia, in conformità alla Convenzione del 1961 delle Nazioni Unite sulla riduzione dei casi di apolidia.
La revisione del ricongiungimento familiare illustrata all’articolo 9 prevede l’esclusione di coloro che hanno regolarizzato la propria posizione tramite sanatoria e l’introduzione di una verifica di „effettiva integrazione“. Queste novità sollevano questioni di compatibilità con la Direttiva 2003/86/CE, che riconosce il diritto al ricongiungimento ai titolari di un permesso di soggiorno valido e stabile, pur consentendo condizioni relative a reddito e alloggio. Introdurre criteri vaghi e discrezionali come l'„integrazione“ nel tessuto sociale potrebbe prestarsi ad applicazioni arbitrarie e discriminazioni indirette. L’abolizione della protezione speciale al comma 2, invece, eliminerebbe uno strumento che nel sistema italiano ha dato attuazione a obblighi derivanti dall’articolo 3 CEDU e dal principio di non-refoulement, coprendo situazioni non rientranti nello status di rifugiato ma comunque meritevoli di tutela.
Se diritti e percorsi di inclusione vengono progressivamente ridotti, la scelta di rientrare nel proprio Paese di origine può risultare condizionata da condizioni sociali ed economiche sistematicamente sfavorevoli.
L’istituzione del Fondo per la Remigrazione, previsto all’articolo 13, con una dotazione fino a due miliardi annui – finanziata anche mediante riconversione di fondi destinati all’integrazione –, segnerebbe un passaggio al contempo simbolico e sostanziale. È importante chiarire che il rimpatrio volontario e assistito è già previsto nell’ordinamento italiano ed europeo ed è coerente con la Direttiva 2008/115/CE, nota anche come „direttiva rimpatri“. In questo senso, l’incentivo alla „remigrazione volontaria“ non rappresenta un elemento innovativo. Tuttavia, inserito in un contesto normativo che restringe ricongiungimento familiare, protezione speciale, stabilizzazione giuridica e accesso pieno alla cittadinanza, il rimpatrio volontario rischia di perdere di fatto la sua genuina natura opzionale.
Se diritti, opportunità lavorative e percorsi di inclusione vengono progressivamente ridotti, infatti, la scelta di rientrare nel proprio Paese di origine può risultare condizionata da un contesto normativo penalizzante e da conseguenti condizioni sociali ed economiche sistematicamente sfavorevoli. In questo senso, la „remigrazione volontaria“ rappresenta la punta dell’iceberg di una politica che incide sulle condizioni materiali e giuridiche dei cittadini di Paesi terzi, con possibili riflessi sul principio di uguaglianza sostanziale sancito dall’articolo 3, comma 2 della Costituzione e sugli obblighi europei di non discriminazione, come per esempio l’articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue, che vieta „qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, su sesso, razza, colore della pelle, origine etnica o sociale, caratteristiche genetiche, lingua, religione o convinzioni personali, opinioni politiche, appartenenza a minoranze nazionali, patrimonio, nascita, disabilità, età o orientamento sessuale“.
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L’articolo 14, dedicato al contrasto alle Ong, introduce autorizzazioni preventive, divieti di ingresso nelle acque territoriali, sanzioni fino a un milione di euro e l’obbligo di tracciabilità totale delle comunicazioni. È importante sottolineare che un dispositivo di questo tipo violerebbe l’articolo 98 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, che impone l’obbligo di prestare soccorso a chi si trovi in pericolo in mare. Inoltre, il diritto alla vita, tutelato dall’articolo 2 CEDU „obbliga gli Stati a prendere misure per prevenire la perdita di vita, in particolare per gli individui sotto il loro controllo“. In questo senso, gli Stati devono astenersi da condotte lesive, nonché adottare misure positive per la salvaguardia delle persone. Regimi autorizzatori e sanzionatori eccessivamente gravosi potrebbero ostacolare le attività di ricerca e soccorso, con possibili ricadute sulla vita di migliaia di persone nonché sulla responsabilità dello Stato.
Tra le disposizioni finali e transitorie, merita una particolare menzione il sistema nazionale di monitoraggio con database condiviso tra amministrazioni e forze dell’ordine, previsto dall’articolo 18. Pur perseguendo finalità legittime di contrasto allo sfruttamento, tale sistema appare manchevole delle necessarie garanzie in materia di protezione dei dati personali. Il quadro europeo, a partire dal Regolamento generale sulla protezione dei dati personali dell’Unione Europea e dall’articolo 8 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, impone che ogni trattamento sia fondato su base giuridica chiara, limitato alle finalità dichiarate e proporzionato. Un monitoraggio esteso a imprese, Organizzazioni non governative e operatori „coinvolti nei flussi migratori“, senza definizioni precise, rischia di assumere i tratti di un controllo generalizzato, con potenziali effetti lesivi sulla libertà di iniziativa economica e sulla libertà di associazione.
Il nodo giuridico centrale della proposta è la compatibilità del suo impianto con i principi di proporzionalità, uguaglianza, non discriminazione e tutela effettiva dei diritti fondamentali.
In conclusione, la proposta di legge „Remigrazione e Riconquista“ non si limita a rafforzare strumenti di gestione dei flussi – potere di cui lo Stato italiano dispone certamente –, ma intende ridefinire l’equilibrio tra sicurezza e diritti in senso marcatamente restrittivo, colpendo uno specifico gruppo sociale. Letta in modo sistematico, la proposta solleva numerosi interrogativi di compatibilità con la Costituzione italiana, il diritto Ue e gli obblighi internazionali in materia di diritti umani. Il nodo giuridico centrale è la compatibilità di un simile impianto con i principi di proporzionalità, uguaglianza, non discriminazione e tutela effettiva dei diritti fondamentali, che costituiscono il fondamento dell’ordinamento costituzionale italiano e dell’architettura giuridica europea.
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Invito l’autore a rileggersi…
Invito l’autore a rileggersi l’articolo 5 del Codice deontologico dei giornalisti: il dovere di riferire i fatti senza omissioni che ne alterino il significato. Questo articolo è un cumulo di falsità confezionate da un giornalista che maschera le proprie opinioni politiche come analisi giuridica.
L’art. 13 della Dichiarazione Universale tutela il diritto di lasciare un Paese, ma non di entrare in un altro. Ogni corte internazionale, dalla CGUE alla Corte EDU, riconosce il diritto sovrano degli Stati di controllare chi accede al proprio territorio.
Quanto al favoreggiamento, la Direttiva 2002/90/CE lascia esplicitamente agli Stati la facoltà — non l’obbligo — di escludere l’assistenza umanitaria dall’applicazione penale.
Sulla revoca della cittadinanza per i naturalizzati, la nostra Corte costituzionale non si è ancora espressa, ma la Francia, il Regno Unito, i Paesi Bassi, l’Austria e il Belgio prevedono tutti la revoca della cittadinanza naturalizzata per reati gravi. La Convenzione Europea sulla Nazionalità del 1997 lo prevede espressamente.
Sulle confische preventive, la Corte costituzionale le ha già ritenute legittime (si veda la normativa antimafia), purché assistite da garanzie giurisdizionali.
Sulle ONG, la CGUE (causa C-14/21) ha già stabilito che gli Stati possono regolamentare le attività di soccorso, purché non impediscano di fatto il salvataggio.
Sulla protezione dei dati, banche dati condivise tra amministrazioni e forze dell’ordine esistono già la legittimità dipende interamente dalle modalità attuative.
Vergognoso che SALTO pubblichi un pezzo così parziale spacciandolo per analisi giuridica. Ma è il solito playbook della sinistra: non sanno vincere sui meriti, perciò provano a convincere con le falsità. L’autore di questo articolo fa un disservizio alla società, perché invece di favorire un discorso onesto, avvelena il dibattito con falsità.
In risposta a Invito l’autore a rileggersi… di tango
E sono esattamente articoli…
E sono esattamente articoli come questo il motivo per cui la società scivola sempre di più verso l’estrema destra. Perché l’unica cosa che la sinistra sa fare è argomentare da una presunta „superiorità morale“ invece di discutere nel merito. Volete davvero contrastare la proposta? Allora provate a convincere i cittadini con argomenti di sostanza, spiegando:
— quali benefici porta alla società la presenza di immigrati irregolari che hanno commesso un reato già varcando il confine
— perché chi è stato condannato a più di cinque anni di carcere dovrebbe conservare una cittadinanza acquisita per naturalizzazione
— perché le ONG che stazionano al largo della Libia in attesa di traghettare migranti in Italia andrebbero lasciate operare senza alcuna regolamentazione