Tolkien: tra mito e politica
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Nel linguaggio di Tolkien, il male non è mai soltanto un’entità morale, ma una forza che altera forme e intenti, piegando ciò che nasce libero e senza macchia a una pedina del potere. Questa idea, radicata nella visione cristiana e filologica, è diventata oggi – paradossalmente – lo specchio di ciò che sta accadendo al suo stesso nome. L’autore del Silmarillion — che nella sua vita rifiutò ogni appartenenza ideologica — viene oggi riscritto attraverso categorie politiche che riducono la sua opera a una bandiera, completamente opposta alle opinioni del filologo, il quale attestava fossero inclinate verso „l’anarchia, intesa filosoficamente come abolizione di ogni controllo (non come uomini barbuti che lanciano bombe), oppure verso una monarchia non costituzionale. [...] Comunque lo studio adatto all’uomo è solo l’uomo e l’occupazione più inadatta per qualsiasi uomo, anche per i santi (che almeno non se l’assumevano volentieri) è governare altri uomini“.
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La destra e l'uso consapevole del “mito” tolkieniano
In Italia, questa operazione non è nuova. Negli anni Settanta, infatti, Campo Hobbit e la galassia della destra giovanile lessero Il Signore degli Anelli come una parabola sulla purezza delle origini, sulla difesa dell’identità europea contro la „decadenza moderna“. Wu Ming 4, nel suo saggio Difendere la Terra di Mezzo (Odoya, 2013), ha mostrato come quella lettura non fosse tanto un errore quanto un uso consapevole del mito: „Ogni mitologia è una cassetta degli attrezzi. Dentro c'è tutto, ma dipende da come decidi di usarlo.“
Le radici profonde non gelano
Lo stesso meccanismo si ripete oggi, quando Tolkien viene evocato come un autore radicato, simbolo di una tradizione da rivendicare e difendere, quando invece i suoi orientamenti erano sempre volti verso la libertà e il rispetto di tutti gli individui. Nessuno escluso.
La parola „radici“, pronunciata dall’allora ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, non ha la stessa innocenza che avrebbe in una lettera di un filologo di Oxford. Nel linguaggio politico, „radice“ diventa confine, appartenenza, e quindi esclusione. „Le radici profonde non gelano“, scriveva Tolkien nel poema dedicato ad Aragorn, ma quelle a cui lui si riferisce erano radici morali, non etniche: una metafora della fedeltà e della speranza, non un richiamo identitario come invece è stato (ri)definito. -
La realtà in trasparenza. Lettere 1914-1973, Rusconi, 1990, lettera 52
Il Signore degli Anelli, libro II, („Le radici profonde non gelano“)
Wu Ming 4, Difendere la Terra di Mezzo (Odoya, 2013)
George Orwell, Politics and the English Language (1946)
Roland Barthes, Miti d’oggi (1957)
Michel Foucault, L’ordine del discorso (1970)
Ministro Gennaro Sangiuliano, articolo Corriere della Sera di Paolo Conti del 20 agosto 2023
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È qui che la riflessione si sposta dal piano della filologia a quello del linguaggio e, conseguentemente, del potere. George Orwell, nel saggio Politics and the English Language (1946), avvertiva: „Se il pensiero corrompe il linguaggio, anche il linguaggio può corrompere il pensiero.“ Quando una parola cambia contesto, cambia anche la realtà che descrive e ne deforma il significato. Tolkien usava il linguaggio come forma di creazione, la politica, invece, lo usa come forma di appropriazione (e di aggregazione delle masse).
Roland Barthes, in Miti d’oggi (1957), spiegava che il mito è un „discorso rubato“: una parola che ha perso il suo significato originario per servirne uno nuovo. Così, il „mito Tolkien“ diventa un contenitore pronto a essere riempito di nuovi significati, quali: tradizione, patria, identità. Elementi che sono alla base delle idiologie delle destre e che, se non ben interpretati e/o utilizzati in uno scenario neutro, rischiano di sfociare in estremismi e atteggiamenti violenti.
Non è solo un problema di interpretazione, ma di potere. Michel Foucault ricordava che il discorso non è mai neutro: „Ogni società controlla la produzione del discorso, la seleziona, la organizza e la distribuisce in base a certi procedimenti di potere“.
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Le parole come leggimizzazione di un pensiero (non) autentico
La mostra J. R. R. Tolkien 1973 – 2023 Uomo, Professore, Autore, ospitata alla Galleria Nazionale di Roma nell’inverno del 2023, in questo senso, non è soltanto un’esposizione che restituisce la genialità dello scrittore, ma è un dispositivo narrativo che decide chi può parlare di Tolkien e in che termini. Presentarlo come „autore della tradizione“ o „vero conservatore“ significa collocarlo dentro un ordine del discorso preciso dove le parole non spiegano, ma legittimano. Eppure Tolkien aveva scritto: „Anche la persona più piccola può cambiare il corso del futuro.“ In questa frase — tanto citata, quanto svuotata! — c'è l’opposto dell’ideologia. Non la grandezza dei popoli, ma la responsabilità individuale volta a contrastare l’antifascismo. Non la forza delle radici, ma quella della scelta. È forse questa la più grande ironia del nostro tempo? Quella di appropriarsi del linguaggio di altri, per tradire proprio ciò che si intende rendere universale e senza tempo?
La lezione che Tolkien voleva insegnare non era la purezza del sangue ma del bene
Sebbene la restituzione espositiva è stata, agli atti, veritiera riunendo 150 opere tra foto, documenti, filmati, lettere e ricostruzioni virtuali, questa è stata distorta e dissacrata. La lezione che Tolkien voleva insegnare non era la purezza del sangue ma del bene, che risiede e prolifera nelle menti che, ogni giorno (in ogni contesto storico e immaginifico) e con ogni mezzo, si pone in lotta contro il male, la violenza e l’esclusione.
La Compagnia dell’Anello, ad esempio, era composta da nove viandanti rappresentanti i Popoli Liberi della Terra di Mezzo, accumunati da un solo obiettivo: la volontà di resistere e distruggere un’oppressore (in questo caso, incarnato da Sauron) che avrebbe eliminato ogni balume di umanità alla mercé di un volere oscuro. Ovviamente, stiamo parlando di un fantasy, un genere che prende le distanza dalla realtà che viviamo quotidianamente, ma nella sua intrinseca visione si trasforma in una metafora che è – e sarà sempre – declinabile nell’epoca vissuta, trovando nel coraggio dei pochi (e degli „ultimi“) la forza paragonabile a quello di un grande esercito che, al posto di imbbracciare armi, sfoderano e lanciano con convinzione ideali di uguaglianza e libertà da sempre universali e condivisibili da ogni comunità sensiente e lungimirante. -
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