Arte | Mostra

DON'T SHOOT, come in!

La mostra Don’t shoot, come in! riunisce i lavori di Anie Maki e Jacopo Noera, proponendo una riflessione sull’intimità delle relazioni e sulla fotografia come luogo di incontro, cura e reciprocità.
Don't shoot, come in!
Foto: Anie Maki e Jacopo Noera
  • Nella sala espositiva della vecchia scuola di Laives è in corso Don’t shoot, come in!, mostra che inaugura la stagione espositiva 2026 dell’associazione culturale lasecondaluna. Curata da Samira Mosca, l’esposizione riunisce i lavori dei giovani fotografi Anie Maki e Jacopo Noera, proponendo una riflessione sull’intimità delle relazioni e sul ruolo della fotografia come spazio di incontro più che di cattura.

    Il titolo della mostra gioca sul doppio significato del verbo inglese to shoot, che indica sia lo “scattare” fotografico sia lo “sparare”. L’obiettivo, suggeriscono infatti gli artisti, non è un’arma puntata sul mondo ma un diaframma attraverso cui entrare in relazione con l’altro e osservare il mondo che ci circonda. In un’epoca dominata dall’immagine immediata e dall’accumulazione rapida di fotografie - processo che i social hanno incentivato e sdoganato -  il lavoro dei due autori rivendica invece lentezza, reciprocità e cura come elementi fondamentali della pratica artistica. 

  • Foto: Anie Maki
  • La mostra si inserisce nella cornice della stagione espositiva dedicata al tema biennale “corpo, identità, cultura” e trova un contesto particolarmente significativo nello spazio che la ospita. La sala espositiva della vecchia scuola di Laives, conserva infatti un’atmosfera raccolta e silenziosa che sembra accompagnare naturalmente a livello tematico ed estetico il percorso della mostra. In questa dimensione appartata e tranquilla, lontana dalla frenesia dei centri urbani, l’esperienza della visita assume quasi il ritmo di una pausa, favorendo l’incontro ravvicinato con immagini che parlano soprattutto di relazioni umane e di intimità.Un doloroso mix di tenerezza e nostalgia

     

    “Un doloroso mix di tenerezza e nostalgia”

     

    Parte del lavoro di Anie Maki si muove proprio in questa direzione, intrecciando fotografia, archivio e memoria personale. Tra i progetti esposti spicca Marinella, una ricerca durata diversi anni e costruita a partire dal rapporto tra l’artista e la sua vicina di casa a Bologna. Più che un semplice ritratto, il progetto si presenta come un archivio affettivo fatto di immagini, appunti, soprammobili e piccoli frammenti di vita vissuta. Le fotografie restituiscono una presenza delicata e stratificata, costruita nel tempo attraverso gesti, silenzi e momenti condivisi. Il rapporto di reciproca cura tra fotografa e soggetto fotografato è evidente negli sguardi e nelle situazioni di quotidianità, nel sovraffollamento delle stanze e che viene abitato con estrema tranquillità. 

    Un lavoro che per un attimo riesce a trascinare fuori dal tempo e a riavvolgere la videocassetta di un passato che magari non abbiamo vissuto ma che in qualche modo appartiene a tutti e che scaturisce un doloroso mix di tenerezza e nostalgia.

  • Foto: Salto
  • Accanto a questo lavoro, altri progetti dell’artista indagano il rapporto tra identità e memoria familiare, combinando immagini d’archivio, collage e testi in composizioni che evocano il carattere frammentario e stratificato del ricordo.

    L’approccio di Jacopo Noera invece, si concentra invece sul ritratto e sul corpo come strumenti di conoscenza reciproca. Nella serie How am I supposed to be? l’artista fotografa amichə intimə (l’uso della schwa è una scelta ponderata, utilizzata dallo stesso artista), costruendo per ciascuna una scena che oscilla tra spontaneità e messa in scena - a tratti difficili da distinguere. I ritratti diventano così una forma di autoriflessione indiretta e osservando l’altro, l’artista interroga la propria identità e le aspettative sociali che la definiscono.

  • Fiducia, vulnerabilità e tensione

    Scegli un ritratto e osserva la postura del corpo e lo sguardo. Prova a immaginare quale emozione attraversa la persona fotografata. Ora rivolgiti la stessa domanda dell’artista: “come dovrei essere?” Pensa a una parola che senti spesso attribuita a te. È davvero tua o viene da fuori? Se dovessi trasformarla in uno scatto, in che posa ti metteresti? 

  • Il confine tra messa in scena dell’immagine e componente di verità emotiva, è volutamente ambiguo e sottile ed è anche il fulcro tematico della raccolta di scatti. Cosa è vero e cosa è indotto? Da quali sensazioni e spinte è composta la vicinanza emotiva? Parliamo di affetto, fragilità ma anche di tensione: ogni rapporto è un insieme unico di stimoli e contraddizioni.

  • Foto: Jacopo Noera
  • In altri lavori di Noera, come For Your Good, le fotografie vengono inserite all’interno di contenitori domestici, trasformandosi in oggetti ambigui che evocano al tempo stesso recinzione, protezione e controllo. L’uso di questi elementi quotidiani introduce una dimensione domestica e familiare che dialoga con il tema centrale della mostra: la complessità dei legami e la loro fragile ambivalenza. Ciò che nutre e rende felici a volte può diventare una prigione.

  • Foto: Jacopo Noera
  • Nel complesso, Don’t shoot, come in! propone un percorso che invita a rallentare lo sguardo, a ripensare il gesto stesso del fotografare e del mettersi in relazione con l’altro tramite una macchina fotografica. Le immagini appaiono come istanti rubati in una relazione costruita nel tempo, in cui fotografo e soggetto condividono uno spazio di fiducia, vulnerabilità e tensione.

    Realtà culturali come lasecondaluna, attraverso questo tipo di iniziative espositive e progetti artistici contribuiscono a portare pratiche contemporanee in contesti territoriali più raccolti. Proprio in luoghi come questi, lontani dai grandi circuiti istituzionali, l’arte trova spesso una dimensione di prossimità e dialogo diretto con il pubblico.

  • La mostra Don’t shoot, come in! rimarrà aperta fino al 14 marzo.

    Tutte le informazioni e gli orari sono reperibili sul sito de Lasecondaluna