Società | Turris Babel

“Pianificare significa garantire equità”

La seconda parte di un dialogo tra il direttore di Turris Babel, Alberto Winterle, e il direttore del dipartimento “Wohnbau und Entwerfen” alla TU Wien, Michael Obrist. Che cosa possiamo imparare da Vienna.
Bauen
Foto: Seehauserfoto
  • Alberto Winterle: Di fatto la “democrazia abitativa” viennese si è costituita in uno specifico momento e si riferisce ad un modello di società caratterizzata da nuclei famigliari “tradizionali” che però oggi non corrispondono più alla realtà attuale, dove vi sono dinamiche di riconfigurazione molto più veloci e articolate. 

    Come ha reagito il sistema viennese e come si è adeguato ai nuovi stili di vita? La sperimentazione di nuovi modelli abitativi dovrebbe essere una costante nella ricerca di un ente che realizza abitazioni. Anche il coinvolgimento delle migliori energie, dalle ricerche universitarie all’utilizzo del strumento del concorso per individuare le soluzioni più convincenti, dovrebbe essere un punto fondamentale. Come interagiscono i diversi soggetti a Vienna?

     

  • Il testo è stato pubblicato nell’ultimo numero di Turris Babel, rivista della Fondazione Architettura Alto Adige, #139. SALTO pubblica il dialogo in due parti. Vai alla prima parte!

  • Michael Obrist: La “democrazia abitativa” viennese è nata in un contesto di famiglie tradizionali, con ruoli di genere chiari e stabilità lavorativa. Ma il sistema ha saputo evolversi radicalmente.

     

    “La città ha capito che l’innovazione nasce dall’esperimento.”

     

    Come mostra Michael Klein in “Die Verwaltung der Alternative”, la forza di Vienna è stata la capacità di combinare istituzionalità e sperimentazione. L’amministrazione pubblica, lungi dall’essere rigida, ha agito come piattaforma di innovazione sociale.

    Dagli anni '70 in poi, Vienna ha saputo incorporare le esperienze più radicali – dal complesso di Alt-Erlaa (Harry Glück, 1973–85), simbolo della “città nella città” con piscine e terrazze comuni, fino alla Sargfabrik (1996), esempio pionieristico di autogestione e comunità – in un processo di apprendimento istituzionale.

    Oggi, con la crescita di Vienna di 500.000 abitanti negli ultimi 30 anni non si costruiscono più “icone”, ma quartieri interi che combinano accessibilità, partecipazione e sostenibilità: Sonnwendviertel, Nordbahnhofviertel con il Parco “Wilde Mitte” sono esempi di questa evoluzione.

    La città ha capito che l’innovazione nasce dall’esperimento. E ha fatto propria la logica della “amministrazione dell’alternativa”: rendere sistemiche le esperienze nate ai margini. In questo senso, Vienna è un laboratorio di transizione amministrativa, capace di integrare ciò che una volta era antagonista nel proprio ordinamento. Questa apertura è visibile anche nel campo di Gender Planning.

  • Alberto Winterle (1965) ha studiato architettura a Venezia e nel 1998 ha fondato insieme a Lorenzo Weber lo studio di architettura weber + winterle architetti a Trento. Dal 2005 è redattore di Turris Babel, la rivista della Fondazione Architettura Alto Adige. Dal 2015 è caporedattore del giornale.

    Michael Obrist è socio fondatore dello studio di architettura “feld72” con sede a Vienna e uffici nel Vorarlberg e in Alto Adige. È nato in Alto Adige, ma oggi vive e lavora principalmente a Vienna, dove è anche professore di “Edilizia residenziale e progettazione” presso l’Università Tecnica di Vienna.

    Foto: Seehauserfoto, feld 72/ Montaggio: SALTO
  • Già negli anni Venti, con il “Einküchenhaus”, Vienna aveva introdotto un modello rivoluzionario femminista: cucine comuni, servizi condivisi e infrastrutture sociali per liberare le donne dal lavoro domestico invisibile.

    Era un’anticipazione delle teorie di Silvia Federici sulla “politicizzazione della cura” e sulle sue riflessioni sul lavoro domestico non pagato e cioé non calcolato come fatto né negli analisi del sistema del mercato capitalista né nelle riflessioni economici marxiste di quei tempi.

    Dal 1998, con il Gender Mainstreaming nella pianificazione urbana, Vienna ha istituzionalizzato questa visione: pianificare significa garantire equità spaziale.

     

    “Il principio è che la città debba offrire strumenti concreti di indipendenza e solidarietà.”

     

    Percorsi sicuri, servizi di prossimità, spazi per l’inclusione: l’uguaglianza diventa una regola urbanistica, non un’aspirazione morale.

    Oggi il Gender Mainstreaming significa rendere la cura visibile e sostenibile:n Cluster apartments, spazi comuni, reti di supporto, progetti per donne sole, per anziane, per rifugiate: il principio è che la città debba offrire strumenti concreti di indipendenza e solidarietà.

    Il femminismo nel planning, a Vienna, non è una tipologia edilizia, ma una postura progettuale: creare spazi per altre forme di convivenza, partecipazione e mutuo aiuto.

    In questo modo, la “Caring City” viennese si presenta come una forma evoluta del welfare: non solo fornitura di abitazioni, ma cura delle relazioni che le abitazioni ospitano.

  • Michael Obrist: “In primo luogo, perché Vienna mostra che l’abitare accessibile non è un miracolo, ma il risultato di scelte politiche strutturali.” Foto: Turris Babel
  • Winterle: In provincia di Bolzano il “problema casa” è un tema molto urgente a cui si tenta di dare risposta. Ritieni vi possano essere politiche virtuose applicabili anche in questa realtà, dove il territorio è molto più diffuso e articolato, la pressione turistica incide in modo rilevante, e la domanda di abitazione purtroppo rimane non completamente soddisfatta?

    Inoltre, in provincia, vi sono alcune grandi aree in trasformazione, penso ad esempio all’areale ferroviario di Bolzano (ARBO), forse queste importanti occasioni di rigenerazione urbana, oltre a definire una coerente programmazione urbanistica, potrebbero essere gestite in modo da sviluppare modelli di progettazione e di gestione innovative.

    Obrist: Il contesto altoatesino presenta sfide peculiari: un territorio frammentato, un mercato abitativo sotto pressione turistica, grandi aree in trasformazione. Tuttavia, proprio qui il confronto con Vienna può rivelarsi fecondo.

    In primo luogo, perché Vienna mostra che l’abitare accessibile non è un miracolo, ma il risultato di scelte politiche strutturali.

    La sua politica fondiaria e il suo controllo pubblico sul patrimonio hanno prodotto stabilità e continuità. In Alto Adige, dove la pressione turistica riduce il mercato residenziale e gli alloggi vuoti aumentano, sarebbe possibile introdurre strumenti analoghi:

    canoni calmierati e vincoli d’uso permanente, concessioni in diritto di superficie, imposte sullo sfitto e incentivi per la riconversione del patrimonio esistente.

    Le aree di trasformazione – come quella di ARBO a Bolzano – rappresentano opportunità straordinarie per un nuovo patto urbano. Qui si potrebbero testare modelli cooperativi, co-housing, quartieri climatici e progetti femministi di cura intergenerazionale.

     

    “Vienna non è un mito, ma una struttura viva.”

     

    Ciò che conta è che il territorio diventi strumento di giustizia sociale, non campo di rendita.

    Come insegna l’esperienza viennese, il successo dipende meno dalla forma architettonica e più dal sistema di governance: dalla capacità di costruire un’alleanza fra pubblico e civile, fra istituzioni e società.

    La cooperazione – elemento cardine anche del modello altoatesino tradizionale – può essere reinterpretata oggi come pratica politica di co-decisione.

    In una regione in cui la città e la montagna convivono in equilibrio fragile, il modello della Caring City può essere tradotto in chiave territoriale: cura del suolo, del clima, della comunità.

    Abitare non significa solo costruire, ma mantenere in vita il legame tra persone e paesaggio.

    Vorrei concludere con un´affermazione: Vienna non è un mito, ma una struttura viva.

    La sua forza non risiede nella monumentalità dei suoi Gemeindebauten, ma nella coerenza di un pensiero che ha attraversato un secolo senza interrompersi: la casa come infrastruttura del sociale.