Miracolo a Tokyo
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**1/2
Raccontare una storia del genere senza scadere nel volemose bene era un’impresa praticamente impossibile. E infatti Rental Family, co-scritto e diretto da Hikari (pseudonimo di Mitsuyo Miyazaki), raggiunge un livello di zuccherosità tale che le cose sono due: si va in iperglicemia oppure si sta al gioco e si esce dalla sala con un sorriso beato stampato in faccia, che di questi tempi è già un mezzo trionfo.
Cos'è
Philip Vanderploeg (Brendan Fraser) è un attore americano di mezza età, da anni residente a Tokyo, che sopravvive ai margini dell’industria dell’intrattenimento giapponese. Costretto ad accettare piccoli ruoli come comparsa in matrimoni o funerali, la sua vita prende una piega inaspettata quando incrocia la strada di un’agenzia specializzata nell’affittare “familiari” su richiesta.
Philip, un uomo sospeso tra nostalgia e disillusione, entra così in un mondo in cui attori professionisti vengono ingaggiati per interpretare ruoli affettivi nella vita di perfetti sconosciuti: padri temporanei, figli modello, partner premurosi o amici fidati. Il protagonista si trova progressivamente coinvolto nelle vite dei clienti, scoprendo che quelle relazioni costruite per convenzione finiscono inevitabilmente per incrinare la distanza tra finzione e realtà.
Nel cast ci sono anche Mari Yamamoto, Takehiro Hira, Shannon Mahina Gorman e Akira Emoto. -
(c) SearchlightPictures
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Com'è
Hikari parte da un’idea narrativa affascinante (già esplorata, in una forma più radicale e perturbante, da Yorgos Lanthimos in Alps quindici anni fa): osservare il fenomeno delle “famiglie a noleggio”, un servizio realmente diffuso in Giappone, per interrogarsi sul bisogno di appartenenza nell’epoca contemporanea.
Tokyo è il contesto culturale e sociale che rende plausibile l’intera storia. La metropoli non è rappresentata soltanto come un semplice sfondo esotico, ma come un organismo vivo e contraddittorio: una città in cui la densità umana convive con un senso diffuso di isolamento. Il film attraversa quartieri, appartamenti, uffici e spazi pubblici mostrando una Tokyo quotidiana e poco spettacolare: non la città da cartolina o da neon futuristici, ma quella fatta di interni domestici, sale d’attesa, bar anonimi e piccoli parchi di quartiere.
Brendan Fraser è il centro emotivo della storia.
La regista nipponica cerca di mettere a fuoco il confine fragile tra performance e autenticità emozionale, costruendo per il protagonista una serie di incontri che oscillano tra commedia e malinconia e che trasformano il film in una piccola galleria di solitudini urbane. Brendan Fraser è il centro emotivo della storia (i ruoli tristissimi gli calzano ormai a pennello, vedi The Whale), ma la sceneggiatura sembra affidarsi troppo alla sua vulnerabilità, tendendo al melodramma facile. È, in sostanza, una storia su un uomo bianco in Giappone che entra nella vita degli abitanti locali e, come per incanto, li trasforma tutti in versioni migliori di loro stessi mentre percorre il proprio arco di crescita personale.
Rental family ha comunque i suoi momenti, ogni incarico assegnato a Philip diventa una microstoria e questa struttura episodica permette al film di variare toni e registri, alternando momenti di lieve ironia a passaggi più intimi e contemplativi. Eppure, per quanto gentile e benintenzionata, l’operazione è talmente costruita a tavolino per strappare lacrime consolatorie che probabilmente per molti avrà l’effetto opposto.
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