“Ho scelto la musica”
-
SALTO: Dopo anni di attività come musicista e compositore, tra jazz, produzioni teatrali e direzione artistica, oggi si confronta con la scrittura di un’intera colonna sonora per uno spettacolo dedicato a Salvador Dalí. Com'è nato questo progetto?
Roberto Tubaro: È una collaborazione con la compagnia di danza Limonada di Enrique Gasa Valga. Dopo diversi spettacoli con musiche parzialmente originali, mi ha chiesto di scrivere l’intera colonna sonora. L’idea era creare una musica “su misura”, come un abito cucito da un sarto, perfettamente aderente alla coreografia.
Come ha lavorato?
Sono andato in Costa Brava, nei luoghi dove Dalí è nato e ha vissuto. Ho ascoltato il mare, il vento, le cicale. Ho visitato il castello che aveva regalato a sua moglie Gala e dove ha vissuto per un periodo, ho fotografato i dischi che possedeva per capire cosa ascoltasse. Ho studiato musica catalana, spagnola, francese, le sue influenze (Wagner, Satie). Poi, insieme agli scenografi e al regista, abbiamo costruito lo spettacolo scena per scena. Ho scritto un’ora e mezza di musica, registrando tutto da solo: strumenti, voci, testi in catalano, castigliano, francese e inglese. È una responsabilità grande perché il pubblico non ha riferimenti preesistenti, ma proprio per questo è più interessante.
-
Nato a Bolzano, è musicista e compositore. Ha studiato organo al Conservatorio C. Monteverdi di Bolzano, si è laureato in ingegneria civile/architettura all’Università di Trento e ha proseguito la formazione in pianoforte jazz al CDM di Rovereto. Parallelamente all’attività concertistica come bassista, chitarrista e pianista, ha lavorato come direttore musicale per produzioni teatrali e di cabaret. Oggi opera tra composizione, concerti, organizzazione culturale - tra cui il Jazz Festival Alto Adige - e progetti multidisciplinari nell’ambito dell’industria creativa.
Foto: Seehauserfoto -
Com'è la realtà di Innsbruck?
Per fare un esempio, ad Innsbruck ho portato uno spettacolo sull’Italia, con canzoni di Battisti, Califano, cantautori italiani ed è andato sold out, con pubblico entusiasta, anche non italiano. Qui sarebbe stato più complicato proporre qualcosa di simile. Innsbruck è una città con un’identità più definita, con strutture e continuità. A Bolzano succedono cose, ma spesso in modo frammentato. Ci sono spazi, ci sono fondi, ma forse proprio questa sicurezza economica rende meno urgente fare rete, dare tempo, investire energie. In altri territori con meno risorse vedo una partecipazione più forte, una necessità di unirsi. Qui a volte si dà per scontato che “tanto i soldi ci sono”.
La questione dei fondi si lega alla questione della burocrazia. Lei ha curato diversi eventi, sia il Jazz Festival che le serate musicali del Waag di Bolzano. Quanto è complicato avere i permessi e far suonare le persone a Bolzano?
In molti contesti è difficile far nascere situazioni spontanee: qualcuno che si siede al pianoforte e suona. Permessi, SIAE, autorizzazioni spesso date all’ultimo sono ciò che frena la vitalità. Servirebbero più spazi aperti e meno ansia normativa, forse anche nuovi modelli di sostegno: in Francia, ad esempio, esistono sistemi che riconoscono la discontinuità del lavoro artistico garantendo una forma di stabilità. Fare il musicista è un lavoro complesso. Servono responsabilità, certo, ma anche diritti. È una discussione che andrebbe affrontata seriamente e che qui non esiste.
“I pubblici sono divisi, anche linguisticamente… si creano mondi paralleli che non si incontrano.”
Lei ha lavorato molto anche fuori dall’Alto Adige, cosa manca qui?
Non è uno spazio omogeneo culturalmente. Questo aspetto potrebbe essere una ricchezza, ma spesso diventa frammentazione. I pubblici sono divisi, anche linguisticamente e non si parlano. Lo vediamo anche con i media, la parte italiana legge certi media, la parte tedesca altri. Si creano mondi paralleli che non si incontrano.
-
Come nasce la passione per la musica?
Ho sempre suonato. A cinque anni flauto dolce, poi chitarra, clavicembalo a nove anni il conservatorio, durante il quale ho studiato musica classica. Grazie ai centri giovanili ho iniziato ad aprirmi ad altri strumenti: basso, chitarra, strumenti più “portabili”. Il pianoforte l’ho abbandonato per quasi dieci anni dopo il conservatorio, anche per un trauma legato a quell’ambiente. Ancora oggi l’approccio classico mi mette ansia. Poi l’ho ripreso. È uno strumento che mi permette di scrivere e di suonare da solo. Ma non so se sia davvero il mio strumento.
Quale sente più suo?
Forse il basso. Anche se oggi suono prevalentemente il pianoforte, non mi definisco pianista.
Ha fatto una formazione jazz e il jazz ritorna in molti suoi progetti. Cosa le ha dato?
Libertà. L’improvvisazione, l’interplay, la possibilità di suonare con qualcuno che non hai mai incontrato prima. È una sfida continua. Però non mi definisco jazzista. Ho rispetto per il termine. Non sento il bisogno di incasellarmi. Mi definisco musicista, che è una categoria più ampia. Oggi posso fare jazz, domani calypso, mambo, cumbia…
“Ho dovuto scegliere. E ho scelto la musica.”
Si è laureato in ingegneria civile/architettura e per anni hai lavorato in questo ambito, quand'è che l’architettura è diventata il piano B?
Ho lavorato come architetto per circa quattro anni, in uno studio ad Ala. Nel frattempo, però mi ero iscritto al Conservatorio di Rovereto, al percorso di jazz, e continuavo a suonare sempre di più. A un certo punto ero coinvolto in moltissime cose: lo Studio, Jazz Festival, collaborazioni varie, una rubrica per Franz Magazine che poi è diventata un libro. Viaggiavo molto per lavoro e sfruttavo quel tempo per scrivere e sviluppare progetti musicali. Arrivato a un certo punto mi sono reso conto che non potevo continuare a fare tutto. L’architettura mi piaceva, ma facevo una cosa tutto il giorno e un’altra tutte le sere. Ho dovuto scegliere. E ho scelto la musica.
-
C'è stato un momento preciso in cui ha capito che dovevi farlo?
Non un evento specifico. Più che altro era diventato troppo. Ho deciso di dedicarmi solo alla musica: insegnavo, suonavo, avevo trovato un equilibrio. Poi è arrivato il progetto del Waag.
Un’esperienza di cui oggi parla con fatica…
Sì, perché mi ha portato lontano dalla mia direzione. L’idea di creare un “centro culturale” era coerente con quello che volevo fare, ma la gestione mi ha caricato di responsabilità che non avrei dovuto assumermi. Sono finito in burnout. L’anno scorso ho capito, per la seconda volta nella vita, che dovevo tornare a fare solo musica. Ora la direzione artistica del Waag è passata a Greta Marcolongo, che ha accettato di prendersi questa responsabilità, e la parte bar sta andando verso una gestione diversa.
Nel suo percorso ci sono tante esperienze diverse: la musica, il disegno, l’organizzazione di eventi, l’architettura, qual è il filo rosso che le collega?
Mi è sempre piaciuto fare cose diverse. Tutte molto differenti tra loro, ma accomunate da un elemento: la creatività. Mi interessa risolvere problemi in modo creativo, aprire visioni nuove. Ragiono molto per visioni, per possibilità, è ciò che mi stimola davvero. Per questo potrei anche immaginarmi, un domani, in un ruolo istituzionale - come assessore alla cultura o all’urbanistica - non tanto per l’aspetto politico in sé, ma per poter dare un contributo creativo alla città in cui vivo. Che sia Bolzano o un’altra città, quello che mi interessa è poter incidere in modo creativo su uno spazio, su una comunità. La creatività è il filo rosso che tiene insieme tutto quello che ho fatto. Ed è anche ciò che mi dà la sicurezza di poter vivere di questo: ho un bagaglio molto ampio di esperienze.
-
Sottotraccia c‘è anche l’idea di lasciare Bolzano?
È un tema complicato. Da un lato sento il desiderio di fare un’esperienza in una grande città, un posto dove non devi cercare gli eventi: succedono naturalmente. Ogni volta che vado a Parigi, per esempio, non devo pianificare cosa fare. Basta camminare per strada per trovare una mostra, una jam session, un concerto. L’idea di vivere in una città grande mi affascina anche perché permette di confrontarsi con persone da tutto il mondo, crescere attraverso il paragone continuo. Dall’altro lato, però, c’è anche la possibilità di mantenere qui una base e lavorare sempre di più fuori. Se gli spettacoli e i concerti fuori dall’Alto Adige aumentano, potrei immaginare Bolzano come campo base, e poi muovermi il più possibile. Sfruttare quello che c'è altrove senza necessariamente dover lasciare tutto. È una decisione che non è ancora chiusa.
Si può vivere di musica oggi?
Sì, ma bisogna essere flessibili. Io posso suonare da solo, in un hotel, in un teatro, in uno spettacolo di danza. Non mi pesa adattarmi. Essere al servizio di una situazione mi piace. Credo molto nella dimensione live. Con tutta la musica disponibile online e con l’intelligenza artificiale che può generare brani in pochi secondi, ciò che resterà insostituibile sarà l’esperienza reale: qualcuno che suona davanti a te.
Le nuove generazioni?
Le vedo più aperte, meno condizionate dalle divisioni linguistiche rispetto alla mia generazione. Ho fiducia in loro. Il problema è che il sistema è molto strutturato: cambiare richiede tempo e volontà politica e culturale.
Che rapporto ha con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale nell’ambito musicale?
È potentissima come strumento di supporto creativo, anche a livello musicale può generare materiale sorprendente, ma resta uno strumento. Per questo penso che il futuro stia nel valorizzare ciò che è irripetibile: la presenza dal vivo.
-
Acconsenti per leggere i commenti o per commentare tu stesso. Puoi revocare il tuo consenso in qualsiasi momento.