La Remigrazione ha vinto
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Catchword è una rubrica di parole per guardare dietro (o sotto) alle parole. Ogni due settimane Francesco Palermo parte da una parola chiave (catchword, appunto) per spiegare in modo conciso il concetto (o l’inganno) che le sta dietro. Da leggere o da ascoltare in formato podcast.
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Sì, la catchword del momento ha vinto. Remigrazione è un termine ambiguo, di per sé non illegittimo se non accompagnato da azioni specifiche (lo ha ricordato da ultimo il tribunale amministrativo di Colonia). Un contenitore in cui sapientemente possono fingere di confluire visioni diverse della società.
Proporre una diversa politica migratoria è perfettamente legittimo, e forse è persino opportuno. Come è legittimo suggerirne una stretta. Alla base di una società democratica c'è il libero mercato delle idee, in cui queste competono per affermarsi, e alla fine gli elettori decretano il successo dell’una o dell’altra. Esattamente come i consumatori determinano il destino dei prodotti che competono sul mercato. Lo diceva già oltre un secolo fa la Corte Suprema statunitense, in una sentenza diventata famosa per l’opinione dissenziente più che per quella della maggioranza, quando si trattava di stabilire se un anarchico che contestava l’ingresso in guerra nel primo conflitto mondiale fosse punibile per cospirazione. Lo sosteneva ancor prima John Stuart Mill, ricordando che nessuno può ritenersi detentore della verità, e che quindi fosse solo il mercato a poter selezionare le idee migliori. E dunque lo Stato deve limitarsi a garantire la libera competizione delle idee.
Gli illiberali del terzo millennio fanno costante riferimento a una concezione apparentemente ultraliberale e laica derivante da questo approccio. Per cui diventa illiberale (pardon ideologico) chi si oppone all’idea che tutte le idee siano uguali. Domandina per studenti universitari del terzo millennio (a cui troppi ahimè non sanno rispondere, abituati a ripetere la lezioncina invece che ad imparare l’argomentazione): è convincente questo ragionamento? E soprattutto, perché?
Anzitutto, sostenere che sul mercato prevalga il prodotto migliore – così come affermare che in politica vinca l’idea migliore – è ingenuo: significa immaginare una competizione completamente neutrale, libera da qualsiasi condizionamento esterno. Significa anche supporre l’esistenza di un consumatore ideale, capace di scegliere sempre in modo razionale, proprio come un cittadino ideale che vota secondo criteri puramente razionali. Ma chi di noi è un consumatore ideale? Chi sceglie sempre il prodotto migliore? Al più, qualcuno può avvicinarsi a questo modello in un ambito molto ristretto: chi conosce tutto di cacciaviti o di detersivi, ad esempio, forse è in grado di fare la scelta più informata. Ammesso e niente affatto concesso che il “prodotto migliore” sia effettivamente presente sul mercato e non sia stato eliminato sul nascere, o addirittura impedito, dall’esistenza di cartelli o monopoli (chiedere al settore informatico per approfondimenti). No, il consumatore ideale non esiste.
In secondo luogo, è facile essere tolleranti con un dissenso circoscritto, strutturalmente minoritario. Quanti saranno stati gli anarchici negli USA del 1919? E non appena si ebbe la sensazione di una loro pericolosità, l’atteggiamento cambiò drasticamente: solo otto anni dopo gli anarchici Sacco e Vanzetti furono giustiziati e non ci si fece scrupolo a inventare prove contro di loro. Quando il Bundesverfassungsgericht nel 2017 decise di non sciogliere il partito NPD (ora Die Heimat), disse che il partito era sì neonazista, ma irrilevante, non idoneo a influenzare la politica tedesca, per cui non si giustificava un provvedimento eccezionale e grave come la limitazione della libertà politica. Un argomento che ora pesa come un macigno sull’ipotesi di sciogliere la AfD. Il difficile insomma è contrastare le posizioni forti, con quelle deboli siamo capaci tutti.
Perché allora la remigrazione ha vinto? Perché il prodotto vende bene nel mercato delle idee. Lo comprano anche molti che a parole lo disprezzano: finalmente qualcuno che ha il coraggio di dire quello che penso, ma non ho il coraggio di dire apertamente. Molti lo comprano purché abbia una confezione diversa, come un farmaco generico: no alla proposta perché è di Casapound, ma nel merito accordo totale.
Ha vinto perché nonostante la proposta di legge di iniziativa popolare sia (ancora) in contrasto con lettera e spirito della costituzione, l’obiettivo reale è stato raggiunto: far sì che se ne parli. E che se ne parli come se fosse un’idea tra le tante sul mercato. Lasciata alla scelta democratica dei consumatori. Ha vinto perché il diritto non viene visto come limite al potere ma come sua mera emanazione: se la maggioranza lo vuole (democraticamente, beninteso), il diritto si cambia. Tutto. Qualcuno ha il merito di dirlo in modo più diretto: “Viene prima l’Italia, poi lo Stato e le Istituzioni, che devono esserne al servizio, e infine, fintanto che gli interessi di questi due soggetti sono salvaguardati, il diritto” (on. Vannacci, 2026, e altri prima di lui).
Mill e la Corte Suprema del 1919 non avevano visto né potevano prevedere cosa sarebbe venuto dopo. Ma richiamare i valori serve a poco, e funziona per un numero sempre minore di persone. Il punto è la natura umana che da sempre si lascia solleticare da ciò che sta dietro alla remigrazione: un’idea etno-nazionalista, o espressamente razzista della società. Che è probabilmente maggioritaria sul mercato. Basta trovare una confezione linguistica adatta, una catchword che funziona, e anche le contromanifestazioni servono a poco. Anche se molto partecipate. Lo svuotamento del diritto attraverso il richiamo alla democrazia apparente è una tentazione troppo forte. E qualche astuto produttore di catchword lo sa benissimo.
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