Society | Reddito di base

Cittadinanza o reddito?

Serve una redistribuzione della ricchezza, ma non quella immaginata dal M5S. Tutti i limiti nell'analisi di Federico Chicchi, economista all'Università di Bologna.
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Foto: Salto.bz
Secondo il vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio, il reddito da cittadinanza (RDC), che sarà in vigore dall'aprile del 2019, rappresenta la "nascita di un nuovo Welfare State in Italia, che aiuta le persone in difficoltà e le mette al centro di una rivoluzione del mondo del lavoro". Ai beneficiari un contributo annuo compreso tra i 480 e i 9.360 euro. 
Dopo che il consiglio dei ministri del 17 gennaio 2019 ha approvato il decreto-legge che introduce la misura, uno dei "cavalli di battaglia" della campagna elettorale del M5S nel 2018, Salto.bz ha intervistato il professor Federico Chicchi, che insegna Sociologia economica e del lavoro all'Università di Bologna e con Emanuele Lonardi ha scritto"Manifesto per il reddito di base"(Laterza, 2018). Secondo Chicchi, nella proposta di reddito di cittadinanza del governo gialloverde "alberga una visione moralistica e normativa che lega l’ottenimento del reddito ad una serie di 'impietosi' criteri di condizionalità. Tali confini dividono la popolazione dei potenziali beneficiari tra chi merita di ottenere un reddito e chi invece non lo merita". 
 
Salto.bz: Professor Chicchi. nel libro descrivete invece l'esigenza di un reddito di base "conflittuale", che allenti anche il ricatto del lavoro povero. Che tipo di misura immaginate?
 
Federico Chicchi: Secondo la prospettiva che Emanuele Leonardi ed io avanziamo, il reddito di base non deve essere considerato un mero dispositivo di contrasto alla marginalità sociale e alla disoccupazione, ma uno strumento di composizione e convergenza di istanze di conflittualità che oggi sono organizzate in modo frammentato e particolaristico e che per questo scontano una grande debolezza vertenziale. 
 
Qual è, quindi, l'obiettivo principale della misura?
 
Il reddito di base in questo senso diviene prima di tutto un mezzo utile a liberare tempo sociale per organizzare, coordinare e ispessire politiche di movimento contro la violenza neoliberale. In che modo un dispositivo di politica pubblica può svolgere tale funzione? Servono due condizioni fondamentali: deve essere il frutto di una richiesta dal basso, deve provenire dall’alveo dei movimenti sociali, e deve essere erogato in modo incondizionato. Altrimenti, se questi due criteri non vengono rispettati, il reddito di base rischia di diventare solamente un raffinato strumento di controllo delle traiettorie soggettive, strumento di disciplinamento delle condotte sociali.
 
Dov'è più marcata la distanza tra il reddito di base e quello di cittadinanza?
 
La differenza dipende molto dalle convenzioni utilizzate nella letteratura specialistica per definire le diverse politiche di distribuzione di reddito. Al di là di questo, in sintesi, la differenza più significativa credo possa essere rintracciata proprio nei criteri di condizionalità che sono applicati al dispositivo, al fine di precisare chi abbia diritto o meno al suo ricevimento. Il reddito di base è tendenzialmente caratterizzato da criteri di universalità e incondizionalità, il reddito di cittadinanza e la sua erogazione, sono per lo più collegate, workferisticamente (il termine formato dai due termini anglosassoni worke faredescrive le nuove politiche di welfare pensate all’interno del contesto politico neoliberale) alla verificata presenza di condizioni soggettive di disoccupazione o povertà. 
Servono due condizioni fondamentali: deve essere il frutto di una richiesta dal basso, deve provenire dall’alveo dei movimenti sociali, e deve essere erogato in modo incondizionato.
In altre parole, in quest'ultimo caso essere poveri e/o disoccupati dà diritto a ricevere un reddito in cambio della piena disponibilità ad accettare offerte di lavoro che gli uffici per l’impiego preposti ritengono adatti al profilo curriculare del richiedente (e sarebbe opportuno aprire una parentesi sul concetto di congruità del lavoro rispetto al profilo del potenziale beneficiario). In sostanza il reddito di cittadinanza è uno strumento temporaneo di inclusione sociale che si finalizza solamente attraverso il ricollocamento al lavoro. Il reddito di base è invece un modo alternativo di costruire l’appartenenza sociale, che tiene conto delle profonde trasformazioni occorse negli ultimi decenni alla struttura produttiva capitalistica, e di quelle che ci saranno a causa dell’implementazione delle nuove tecnologie di automazione; in questo caso il reddito deve essere considerato primario e non sussidiario (a quello di lavoro), perché non fa altro che riconoscere, rendere visibile e distribuire una ricchezza e un profitto che la cooperazione sociale produce e che però resta nella sua dimensione privatistica e non viene ancora sottoposto a una tassazione adeguata. 
 
C'è un legame tra reddito di base ed equità fiscale?
 

Sono enormi i profitti che vengono realizzati dalle grandi compagnie del digitale attraverso le “economie digitali” e le piattaforme, o le rendite finanziarie che inesorabilmente sfuggono al controllo delle politiche fiscali nazionali (il tema è molto dibattuto anche all’interno della Unione Europea e non è solo interno a rivendicazioni considerate “estremistiche”). Tali profitti sono così ampi (e lo sono in modo crescente) che se tassati in modo socialmente equo ed efficace potrebbero sostenere, da soli, senza ricorrere quindi a tagli dei sistemi di protezione sociale vigenti, considerevoli programmi di reddito di base. Questo per noi e per la proposta del "Manifesto" è un punto irrinunciabile: finanziare il reddito di base deve voler dire anche non togliere risorse alle politiche pubbliche di welfare.
Finanziare il reddito di base deve voler dire anche non togliere risorse alle politiche pubbliche di welfare.
Quella immaginata dal governo italiano è davvero una forma di reddito di cittadinanza?
 
Lo è, ma nel senso peggiore di quello che abbiamo appena sostenuto. Vengono introdotte delle regole di meritevolezza al suo recepimento che servono a definire confini di inclusione differenziale. Questo modus operandi non tiene conto del fatto che il reddito è invece un diritto che ci spetta, alla luce del fatto che la ricchezza economica complessiva prodotta ogni anno, e sempre più concentrata in poche mani, si realizza attraverso la speculazione finanziaria e attraverso “economie di rete” che per lo più sfuggono e/o aggirano le regole di convivenza democratica stabilite nelle nostre Costituzioni. Detto questo, la proposta del governo ha almeno il merito di aver riportato sotto i riflettori l’impellente questione della distribuzione del reddito, questione che in Italia (dove soprattutto nel Meridione è il lavoro nero a farla da padrone) sembrava essere un tabù non scalfibile
 
Il reddito di cittadinanza del M5S può davvero proteggere dall'umiliazione delle povertà?
 
Gli elementi già descritti rispondono alla sua domanda. Per capire quanto e come possa essere violenta e umiliante una norma che stabilisce criteri amministrativi di questo tipo, consiglio a tutti la visione del film di Ken Loach, “I, Daniel Blake”. Questo film (che ha vinto la Palma d’Oro a Cannes nel 2016) descrive in modo straordinariamente efficace il metodo attraverso cui funzionano le politiche pubbliche di workfare di stampo neoliberale: quest’ultime distribuiscono sussidi in cambio dell’accettazione di (strampalati e quasi sempre inutili) percorsi di formazione e reinserimento guidato al lavoro. Al di là di questo aspetto c’è un altro problema: secondo l’impostazione data al dispositivo dal governo, il reddito di cittadinanza diventa e si configura non tanto come un indispensabile opportunità soggettiva di sottrazione dal ricatto della precarietà e dal lavoro nero e sottopagato ma piuttosto come uno strumento di ricollocazione all’interno di un mercato de-regolamentato per lo più senza diritti e protezioni sociali.

 
 
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pinaz cinquantasette Wed, 01/30/2019 - 16:20

Oh mio Dio, c'è ancora qualcuno che crede nel paese dei balocchi, dove nessuno lavora e tutti si divertono.....
Mi sento di nuovo negli anni '70 (il sei politico.... il lavoro è una variabile indipendente..... se sono un delinquente è colpa della società....)
Quindi il M5S fa parte dei turbocapitalisti sfruttatori del proletariato. Non so se ridere o piangere...

Wed, 01/30/2019 - 16:20 Permalink
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Karl Trojer Wed, 01/30/2019 - 16:49

Ho la sensazione, che il "reddito di cittadinanza", come proposto da M5S, sia frutto di una sincera voglia di dare l´indispensabile ai più poveri, ma vi manca la riflessione in profondità su cause e conseguenze.
L´analisi fatta da Federico Chicchi, economista all'Università di Bologna, mi sembra valida. La soluzione più equa sarebbe, anche a mio parere, il "reddito di base" (bedingungsloses Grundeinkommen), da finanziarsi essenzialmente tramite una seria tassazione del capitale finanziario di carattere speculativo e da quello prodotto in campo digitale.

Wed, 01/30/2019 - 16:49 Permalink