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Foto: Element5 Digital/Pexels
Politica | Catchword

Elezione diretta

E' spesso considerata la scorciatoia semplice verso una democrazia più forte e una politica più stabile. Ma dietro l’apparente democraticità del “scegliamo il capo” si nascondono insidie, e l’immediatezza può diventare un rischio.
  • Catchword è una rubrica di parole per guardare dietro (o sotto) alle parole. Ogni due settimane Francesco Palermo parte da una parola chiave (catchword, appunto) per spiegare in modo conciso il concetto (o l’inganno) che le sta dietro. Da leggere o da ascoltare in formato podcast.

  • L’elezione diretta seduce. È una catchword semplice, intuitiva, apparentemente democratica: l’elettore sceglie chi comanda. In Italia il percorso è noto: prima i sindaci, poi i presidenti di Regione, e ora, dopo anni di slogan che inneggiavano al sindaco d’Italia, l’idea di eleggere direttamente anche il Presidente del Consiglio. La promessa è la stabilità. E la stabilità è certamente un valore positivo, almeno fino a un certo punto.

    Ma il fenomeno non è solo italiano. Dagli anni Novanta molti Paesi hanno imboccato la strada dell’elezione diretta, soprattutto per i capi di Stato, adottando forme di semipresidenzialismo. Lo hanno fatto tanti Stati post-comunisti, ma anche molti Paesi in Africa e Asia.

    A livello locale, l’elezione diretta dei sindaci ha preso piede anche in Paesi di ispirazione profondamente parlamentare, come la Germania. In Italia solo la Valle d’Aosta e la Provincia autonoma di Bolzano prevedono l’elezione consiliare del presidente di Regione/Provincia, e se ad Aosta si dibatte da tempo sull’introduzione dell’elezione diretta, la novità è arrivata anche in Alto Adige, tempio del consociativismo proporzionalista: non ci si riuscirà facilmente, perché servirebbe il voto favorevole dei 2/3 dei consiglieri provinciali, ma con l’aria che tira non è da escludere che prima o poi ci si arrivi.

    Eppure qualcosa non torna. 

     

    Se l’elezione diretta fosse una cartina di tornasole della democrazia, dovremmo concludere che la democrazia è in espansione. Ma i dati dicono che invece arretra e perde partecipazione. 

     

    Allora dov’è l’inganno?

    Innanzitutto l’elezione diretta personalizza il potere. Il legame non è più con l’istituzione, ma con la persona. Così facendo, si scava sotto i partiti, che restano – con tutti i loro difetti – l’ossatura della democrazia parlamentare. Senza partiti non c’è mediazione, non c’è compromesso: c’è solo il capo. E il capo tende spesso a decidere più che a negoziare. Per questo (opportunamente) la Corte costituzionale ritiene un limite strutturale quello ai mandati di sindaci e presidenti eletti direttamente.

    C’è poi un secondo problema, più tecnico ma fondamentale. Per funzionare, un’elezione diretta deve garantire la maggioranza. Altrimenti si inceppa. Israele lo ha imparato a proprie spese, sperimentando per una sola legislatura l’elezione diretta del premier. Da qui la necessità di costruire maggioranze artificiali: premi di seggi, automatismi, consigli addomesticati. Nei sistemi semipresidenziali, se il Presidente non ha i numeri, comanda il Parlamento; in quelli presidenziali il capo dello Stato senza maggioranza diventa un’anatra zoppa.

     

    Il nodo è tutto qui: l’elezione diretta semplifica. 

     

    E la semplificazione è spesso un rischio. Perché riduce il pluralismo, schiaccia le minoranze – non solo linguistiche, ma politiche e sociali – e concentra il potere. Se a questo si aggiunge la disaffezione al voto (che ne è una conseguenza), il risultato è una democrazia più fragile, non più forte. L’elezione diretta è una bomba a orologeria su cui è seduta la democrazia. Ma resta una catchword seducente. Ed è proprio questo il problema.

  • All'episodio in forma podcast


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