Politik | Caso Al-Masri

„Il primo errore fu dei magistrati“

Per Cuno Tarfusser, già giudice della Corte Penale, il criminale libico non doveva essere scarcerato. „Si tratta di un caso di 'obbedienza anticipata' alla politica. Non è un incidente, è il prodotto di scelte che hanno un nome e un cognome“.
Al Masri
Foto: Rai-PresaDiretta Screenshot
  • L’Italia è stata formalmente deferita all’Assemblea degli Stati parte della Corte penale internazionale per non aver rispettato gli obblighi di cooperazione nel caso del generale libico Osama al-Masri (Njeem), sospettato di crimini contro l’umanità e rimpatriato dopo essere stato arrestato sul territorio italiano. La decisione, formalizzata ieri (27 gennaio), arriva dopo che la Camera preliminare della Corte dell’Aja ha accertato una violazione degli obblighi previsti dallo Statuto di Roma. Per il magistrato bolzanino Cuno Tarfusser, già giudice e vicepresidente della Corte penale internazionale, il punto di partenza è chiaro: “La responsabilità principale è della magistratura che ha ordinato la scarcerazione. Senza quella decisione, Al-Masri sarebbe rimasto a disposizione della giustizia internazionale. Ma sarebbe sbagliato fermarsi lì: c‘è stato un cortocircuito tra potere giudiziario e potere politico.”

    Secondo Tarfusser, l’arresto di Al-Masri a Torino il 18 gennaio 2025 non presentava alcuna anomalia giuridica. “Non si è trattato di un arresto ’di iniziativa‘ della polizia. È stata l’esecuzione di un mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale. Un atto giudiziario pienamente valido, proveniente da un organo giudiziario che, in forza della ratifica dello Statuto di Roma, fa parte del nostro ordinamento”. Da quel momento, spiega, avrebbe dovuto attivarsi automaticamente la procedura prevista dalla legge italiana di attuazione dello Statuto di Roma. “Il procuratore generale doveva chiedere l’applicazione di una misura cautelare e la Corte d’appello doveva disporla. Punto.”

    Invece, l’arresto viene definito “irrituale” e si arriva alla scarcerazione. Un termine che, per Tarfusser, è già di per sé indicativo. “Nel diritto processuale penale un atto o è legittimo o è illegittimo. ’Irrituale' non è una categoria giuridica. È una parola inventata per creare uno spazio interpretativo che consenta di arrivare alla liberazione”.

    Quella liberazione, sottolinea il magistrato da poco in pensione, è l’atto che rende possibile tutto il resto. “L’espulsione e il rimpatrio con volo di Stato diventano possibili solo perché la persona non è più detenuta. La filiera delle responsabilità parte da lì, dall’illegittima scarcerazione”.

  • Cuno Tarfusser: L'ex Procuratore di Bolzano è stato a lungo Giudice della Corte penale internazionale. Foto: CT
  • Una parte del dibattito pubblico si è concentrata sull’inerzia del ministro della Giustizia, Carlo Nordio. Ma, secondo Tarfusser, il problema è impostato male. “Il ministro non ha alcun ruolo di iniziativa nella fase dell’arresto e della misura cautelare. Il suo intervento è previsto dopo, nella fase esecutiva della consegna. Attribuirgli un potere preliminare significa stravolgere la legge”.

    La legge n. 237 del 2012, che disciplina l’adeguamento italiano allo Statuto di Roma, distingue infatti tra cooperazione giudiziaria, consegna ed esecuzione. “I rapporti di esclusiva competenza del ministro riguardano la cooperazione investigativa, le rogatorie, lo scambio di atti. Non l’arresto della persona ricercata”, dice l’ex giudice de l’Aja. Se si accetta la tesi opposta, avverte, le conseguenze sono devastanti. “Vorrebbe dire che l’Italia non è in grado di eseguire nessun mandato di arresto della CPI senza un via libera politico preventivo. È l’abolizione di fatto della cooperazione giudiziaria internazionale”.

    Tarfusser insiste anche su un altro elemento: la tempistica. “Normalmente queste procedure durano giorni. Per Al-Masri sono bastate poche ore e si è conclusa con una scarcerazione. Questo non è fisiologico.” Da qui l’idea di una convergenza di interessi. “Ho parlato – aggiunge - di obbedienza anticipata del potere giudiziario verso quello politico. Non è necessario immaginare pressioni esplicite, basta osservare come la legge sia stata interpretata in modo funzionale alla volontà politica.”

    Dopo l’arresto, la Corte penale internazionale cerca un dialogo con il Ministero della giustizia. “C’erano obblighi precisi di consultazione. Invece l’Italia non informa, risponde in modo evasivo e a un certo punto interrompe i contatti”. Quando successivamente il Governo invia le proprie giustificazioni alla Corte, scarica la responsabilità sulla magistratura e sul Ministero dell’Interno. “Ma questo non regge, perché lo Stato risponde come unità. La separazione dei poteri non è una scusa per violare un trattato”.

    La Camera preliminare della CPI, nell’ottobre 2025, accerta formalmente la non-compliance dell’Italia, ma offre una possibilità: fornire informazioni su eventuali procedimenti interni utili a evitare nuovi casi simili. Ed è qui che, secondo Tarfusser, si colloca un passaggio rivelatore. “La Corte d’appello di Roma rimette improvvisamente alla Corte costituzionale alcune norme della legge 237. Un procedimento già chiuso viene riaperto il giorno prima della scadenza fissata dalla CPI”. Il giorno dopo, infatti, il Governo utilizza proprio quella rimessione come argomento difensivo davanti alla Corte dell’Aja. “Questo dimostra una sinergia evidente tra piano giudiziario e piano politico.”

    Per Tarfusser, il dissenso espresso da una giudice della CPI sulla trasmissione del caso all’Assemblea degli Stati parte non cambia il quadro. “Quella giudice non contesta che l’Italia abbia violato lo Statuto. Discute solo a chi debba essere trasmessa la decisione. La violazione resta”.

    Il risultato finale è un danno di credibilità. “L’Italia appare come un Paese che si sottrae alla cooperazione quando il caso diventa politicamente scomodo”. E una lezione amara. “Se davvero c’erano preoccupazioni per la sicurezza nazionale, il governo aveva uno strumento legittimo: discuterne con la Corte penale internazionale, come previsto dallo Statuto. Non liberare il sospettato e rispedirlo a casa”. Secondo Tarfusser, la strada corretta era semplice: misura cautelare, procedura giudiziaria, e solo dopo un’eventuale decisione politica motivata di non consegna della persona. “Solo così l’Italia che, ricordo, ha dato i Natali alla Corte penale internazionale, avrebbe potuto assumersi una responsabilità politica, ma non avrebbe violato il diritto internazionale.”

    Alla fine, resta una constatazione secca: “Il caso Al-Masri non è un incidente. È il prodotto di scelte. E le scelte, in uno Stato di diritto, hanno sempre un nome e un cognome istituzionale.”