Trattative segrete
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Alcune note a margine della discussione, svoltasi martedì scorso alla Camera dei Deputati e con la quale ha ricevuto il terzo via libera il progetto di legge costituzionale che apporta alcune modifiche allo Statuto di autonomia per il Trentino-Alto Adige. Si tratta, come già riferito su Salto, del penultimo passaggio in vista dell’approvazione finale della legge. Ora non manca che la seconda lettura da parte del Senato che dovrebbe avvenire ancor prima della pausa estiva. In realtà l’unica ipotetica minaccia per l’iter di approvazione della legge, che viaggia sui binari di un ampio consenso politico, era costituita dal rischio di un’interruzione anticipata della legislatura che avrebbe rimandato tutti alla casella di partenza. Anche se quadro politico resta turbolento, questa possibilità sembra scongiurata e l’obiettivo sul quale la gestione Kompatscher ha imperniato tutta la sua strategia politica di questi ultimi anni pare davvero a portata di mano.
Detto questo, nel dibattito di martedì scorso sono riecheggiati per la gran parte gli stessi accenti che erano risuonati in occasione delle due prime letture nei due rami del Parlamento. Toni di caloroso consenso da parte degli esponenti della Südtiroler Volkspartei e della maggioranza di centrodestra con Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia a contendersi la palma di chi apprezza in maggior grado il disegno di legge. Punte critiche da parte delle opposizioni con in testa il Movimento 5 Stelle.
L’unica novità sostanziale è venuta dal Pd. Il voto favorevole espresso, sia pur con alcune riserve, in prima lettura si è trasformato in un’astensione motivata con toni talmente critici da suscitare la piccata reazione del parlamentare e Obmann SVP Dieter Steger.
Il cambio di marcia da parte del Pd è stato motivato, in sede di dichiarazioni di voto, dal Segretario del gruppo onorevole Federico Fornaro. Un intervento nel quale ad alcune considerazioni che riguardano la sostanza del provvedimento altre se ne sono sovrapposte concernenti questioni squisitamente legate al metodo con il quale si è arrivati a definire la legge e con il quale essa viene pilotata attraverso le varie letture parlamentari.
Fornaro ha riconosciuto che l’impianto sostanziale del provvedimento è abbastanza positivo, ma ha affermato che esso poteva essere occasione per inserire nello Statuto anche altri provvedimenti riguardanti ad esempio la parità di genere. Tutti gli emendamenti a questo scopo presentati dal Pd sono stati invece esclusi dalla discussione.
Qui si arriva alla questione di metodo stigmatizzato da Fornaro con questa affermazione:
„Questa riforma è figlia di un accordo blindato tra i vertici delle province e il Governo.
In questo modo si è scavalcato il Parlamento, si sono ignorati i territori e si sono nei fatti zittite le
Opposizioni“.
È innegabile che a comporre il quadro disegno di legge e arrivati con una trattativa di vertice fra gli esponenti delle due giunte provinciali e quelli del Governo. Un dibattito che era partito con il coinvolgimento di quasi tutte le altre regioni a statuto speciale, si è poi concentrato unicamente sul caso del Trentino Alto Adige e si è sviluppato sicuramente entro i confini di una trattativa assai riservata.
Non sono mancate le critiche come quelle del costituzionalista Francesco Palermo secondo il quale l’occasione sarebbe stata propizia per costruire un percorso aperto a tutte le forze politiche e sociali di Trento e Bolzano per una manutenzione straordinaria dell’autonomia che sarebbe potuta andare anche oltre i confini del disegno di legge attualmente in discussione. Poteva essere richiamato in vita quel processo chiamato Convenzione/Konvent che fu avviato una decina d’anni addietro nella prospettiva di un’altra legge di riforma costituzionale, quella proposta da Matteo Renzi, e poi caduto nel dimenticatoio dopo la bocciatura della riforma stessa.
C'è però un altro aspetto che non può essere sottaciuto. Quando l’esponente del Pd critica il sistema delle trattative svolte in camera caritatis tra Südtiroler Volkspartei e Governo, dimentica forse che questo sistema è stato quello attraverso il quale si sono fissati i paletti per la realizzazione della seconda autonomia e poi, anche con lo strumento delle commissioni dei sei e dei 12 per la sua attuazione. A guidare queste operazioni per conto dell’esecutivo esponenti dell’area politica da cui il Pd discende direttamente. Alcide Berloffa solo per fare un nome e, in tempi più recenti, Gian Claudio Bressa. Nel conto vanno messi poi anche gli incontri al vertice tra i leader SVP e gli esponenti di governo.
Per anni questo sistema ha consentito di sfornare leggi e norme di attuazione e per anni è stato criticato, spesso in modo assai aspro, dalle opposizioni prima tra tutte quella destra nazionalista che oltre a rifiutare diversi istituti di quell’autonomia che si andava componendo, gridava allo scandalo proprio per il fatto che essi nascevano da un dialogo a porte chiuse. Oggi, folgorati sulla via di Damasco, gli eredi diretti e orgogliosi di quella destra applicano lo stesso metodo e a protestare per lo scippo di dialogo democratico sono coloro che quel sistema praticarono per decenni.
La politica e la memoria non sempre vanno d’accordo.
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Bravissimo, come sempre si coglie nel segno. Comunque un errore non si sana per essere ripetuto da soggetti diversi. Una riflessione andrebbe fatta su quanta segretezza e quanta trasparenza richieda (oggi) il sistema dell’autonomia, quanta trattativa e quanta partecipazione, quanta democrazia e quanta diplomazia. Serve tutto, naturalmente, la questione è il dosaggio, e da questo dipende la qualità della ricetta. Questa riforma aumenta la dose di negoziato politico (commissioni paritetiche, riduzione del controllo della Corte costituzionale, composizione delle giunte provinciale e comunali) e di conseguenza riduce lo spazio per altre forme di decisione. Scommette su un metodo, che ha pure dato dei buoni risultati nel complesso, ed è certamente il più comodo per chi governa (e chi più o meno co-governa) pro tempore. Il giudizio sul metodo dipende dalla concezione di democrazia di ciascuno, e la resa in termini di efficienza la scopriremo più avanti. Certo, questa non è un’epoca in cui sono in voga l’ascolto, il coinvolgimento, il dialogo, l’approfondimento, e questa riforma è pienamente figlia del suo tempo, nel pessimo metodo e nella povertà di contenuti. Ma visto quanto succede nel mondo poteva andare anche molto peggio.