Linea verde
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Catchword è una rubrica di parole per guardare dietro (o sotto) alle parole. Ogni due settimane Francesco Palermo parte da una parola chiave (catchword, appunto) per spiegare in modo conciso il concetto (o l’inganno) che le sta dietro. Da leggere o da ascoltare in formato podcast.
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Le linee verdi sono quelle degli armistizi. Sono verdi per indicare la speranza, ma pare più prosaicamente per il colore della penna con cui fu tracciata quella più famosa, quella dell’armistizio della guerra arabo-israeliana del 1948. Ce n‘è una meno nota a Cipro. E di questa parliamo. Perché? Perché insegna che rimediare a errori può costare decenni ma è possibile.
Perché nonostante tutti gli errori la linea della speranza è ancora l’Europa.
E perché il trattamento delle minoranze all’estero è importante ma pericoloso.
In questo semestre Cipro ha la presidenza di turno dell’Unione europea. Dal 1974 una linea verde tracciata dall’Onu per separare le parti in conflitto divide l’isola, la sua capitale, e anche un po’ le coscienze europee. Una demilitarizzazione che non ha pacificato, ma congelato un conflitto che è più tra Grecia e Turchia che tra le comunità greca e turca di Cipro.Ora qualcosa si muove. Nella Repubblica Turca di Cipro Nord (riconosciuta solo da Ankara) gli elettori hanno fatto una scelta netta: basta isolamento, basta nazionalismo, basta essere una periferia obbediente della Turchia. In ottobre hanno eletto presidente Tufan Erhürman, giurista, europeista, progressista, con un risultato netto: 62,8% contro il 35,8% del presidente uscente, sponsorizzato da Ankara e paladino della “soluzione a due stati”. Una formula semplice, e infatti sbagliata.
La vittoria di Erhürman potrebbe rappresentare una svolta. Non perché risolva magicamente mezzo secolo di divisione, ma perché rimette sul tavolo l’unica opzione realistica: il federalismo. Quello previsto dalle risoluzioni Onu e sostenuto (almeno a parole) dalla comunità internazionale. Due comunità, un solo stato, garanzie reciproche. Complicato, certo. Ma meno della divisione permanente.
Dal 2017 i negoziati sono fermi. E nel frattempo il nord dell’isola si è sentito sempre più schiacciato dall’abbraccio di Ankara: truppe, coloni, controllo politico.
I turco-ciprioti, in larga parte laici, hanno visto la propria identità diluirsi. E hanno reagito votando. Non contro la Turchia in astratto, ma contro un destino imposto. Il messaggio è chiaro: vogliamo l’Europa.
Lo dicono anche i figli dei coloni turchi, nati a Cipro, che guardano con crescente fastidio alla deriva autoritaria di Erdogan. Vogliono diritti, libertà, prospettive. Che passano da Bruxelles, non da Ankara.
Qui però entra in scena l'Unione europea, con il suo storico peccato originale: l’allargamento del 2004. Accogliere Cipro senza aver risolto la divisione dell’isola è stato un errore politico gigantesco, che ha tagliato le gambe alla parte turco-cipriota per mettere tutte le carte in mano alla comunità greco-cipriota. Immobilismo e ipocrisia hanno schiacciato la possibilità di fare della linea verde un ponte.
Le politiche dei cosiddetti kin states – gli stati che pretendono di “proteggere” le minoranze oltreconfine – sono sempre pericolose. Producono tutela a parole e dominio nei fatti. E Cipro ne è un manuale vivente.
Il nuovo presidente del nord vuole unire la zona cuscinetto di Nicosia. E la presidenza (greco-)cipriota dell’Unione europea ha puntato anche sulla normalizzazione dei rapporti con la Turchia, aprendo (forse) nuove prospettive anche per l’isola di Afrodite. L’orologio della storia non si è fermato sulla linea verde. Sta solo aspettando chi abbia il coraggio di attraversarla.
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