Gesellschaft | L'eterna “emergenza”

Freddo record, accoglienza in crisi

Emergenza freddo a Bolzano: dormitori quasi pieni, liste d’attesa in aumento e nessuna nuova struttura prevista, mentre sono oltre 80 le persone all'addiaccio nel capoluogo.
Obdachlos in Bozen
Foto: Südtiroler Vinzenzgemeinschaft
  • Mentre le temperature scendono sotto lo zero, aumenta la pressione sui centri d'accoglienza invernale. “Nella giornata di oggi abbiamo circa 27 persone in lista d’attesa, verso sera arriveremo ad oltre 30”, spiega a SALTO Davide Monti, co-direttore generale di Volontarius, che gestisce l’infopoint e servizio di orientamento per persone senza fissa dimora. Due terzi delle persone sono di origine nordafricana, prevalentemente provenienti da Marocco e Tunisia, con un’età media intorno ai trent’anni. I letti messi a disposizione da Provincia e Comune però scarseggiano: “Attualmente ci sono pochi posti liberi a Bolzano e alcuni a Brunico. Siamo in attesa di capire se, a seguito dei confronti avviati dalla Provincia con i Comuni e con la Protezione Civile, nelle prossime ore o nei prossimi giorni verranno resi disponibili ulteriori posti”, prosegue Monti.

    Per quanto riguarda l’eventuale aumento dei posti, l’ipotesi più probabile sembra quella di un ampliamento limitato delle strutture esistenti (nei centri di Bressanone, Laives o Brunico), piuttosto che l’apertura di un nuovo centro. “Da quanto ci risulta, non c’ è al momento l’intenzione di aprire nuove strutture o palestre, come avveniva in passato – spiega Monti – con temperature così rigide, appare comunque necessario attivarsi tempestivamente per la tutela delle persone”.

  • Davide Monti: è co-direttore generale di Volontarius. Foto: Privat
  • Oltre a chi è in lista d’attesa, ci sono persone che rimangono volontariamente fuori dal sistema di accoglienza. Secondo Volontarius sarebbero circa 40–50 le persone presenti sul territorio comunale di Bolzano che non accedono ai servizi. Per quanto riguarda le motivazioni del rifiuto dell’accoglienza, Monti spiega che sono molteplici e strettamente individuali. “Alcune persone non sono disposte a condividere spazi molto affollati, altre presentano forme di disagio psichico – spiega Monti a SALTO – Ci sono poi situazioni giuridiche o amministrative che non consentono l’accesso all’accoglienza, come nel caso di persone destinatarie di un decreto di espulsione. Altre persone sono coinvolte nel consumo di sostanze e non accedono a servizi che prevedono regole stringenti, come il divieto di introdurre o consumare sostanze all’interno delle strutture. Vi sono infine casi di conflitti pregressi con altre persone già accolte, che rendono impossibile la convivenza. Ogni generalizzazione, in ogni caso, rischia di essere riduttiva e fuorviante”. I numeri di chi non accede ai servizi a bassa soglia, secondo Volontarius, sono stabili da diversi anni e cambiano solo in base alla stagione, aumentando d’estate e diminuendo d’inverno. 

    Interrogato sugli effetti della diminuzione dei posti letto in accoglienza previsti in Provincia, Monti risponde: “Per quanto riguarda l’andamento complessivo, abbiamo riscontrato un calo significativo delle domande di accoglienza, soprattutto rispetto agli anni 2023 e 2024. Va precisato che alcuni posti, un tempo attivati solo per l’accoglienza invernale, sono stati stabilizzati e restano aperti anche durante l’anno. Tra questi rientrano circa 95 posti per lavoratori, non tutti occupati, che in passato erano conteggiati nell’accoglienza invernale. La riduzione dei posti, quindi, non riguarda tutte le disponibilità precedenti”.

  • “Manca la volontà politica di risolvere il problema”

    Secondo il collettivo Bozen Solidale, i numeri di chi dorme fuori sono più degli 80 indicati dall’Infopoint di Volontarius: “Stimiamo che il numero complessivo delle persone escluse dall’accoglienza si collochi indicativamente tra le 100 e le 150 unità. In una città che accoglie milioni di turisti, lasciare per strada oltre cento persone – anche se fossero meno – dà l’impressione di una scelta consapevole”. Il problema, secondo Bozen Solidale, è alla base: “Non si comprende perché né l’attuale amministrazione né le precedenti abbiano mai messo in campo progetti minimi ma strutturali di inclusione. È noto che molte delle strutture esistenti sono inadeguate, promiscue e non favoriscono percorsi di stabilità; sono luoghi difficili, che spesso peggiorano la condizione delle persone accolte”. 

    Sempre secondo Bozen Solidale, il nodo centrale resta il taglio dei posti disponibili nei servizi di accoglienza e nei dormitori: “Riducendo l’offerta, è inevitabile che le persone rimangano in strada. L’idea che diminuire i posti letto possa ridurre gli arrivi si è dimostrata fallimentare negli ultimi dieci anni: le persone hanno continuato ad arrivare e continueranno a farlo”. 

    Secondo l’associazione bolzanina, la soluzione è su due livelli temporali: nel breve periodo, prevedere l’allestimento di un campo temporaneo con il supporto della Protezione Civile; nel medio-lungo periodo, prevedere progetti di co-housing. “Anziché concentrare 70-80 persone in un capannone in zona industriale, si recupera edilizia pubblica spesso inutilizzata, la si ristruttura e si creano microstrutture da 6-7 persone, distribuite sul territorio. Questi progetti, nella maggior parte dei casi, sono finanziati dall’Unione Europea e permetterebbero una reale inclusione. Tuttavia, questo approccio incontra forti resistenze, legate alla paura di parte della popolazione e a una narrazione allarmistica sull’arrivo dei migranti. In Alto Adige, un progetto di questo tipo non è mai stato realizzato e, allo stato attuale, sembra mancare una reale volontà politica di farlo”, spiegano a SALTO le persone attiviste del collettivo.