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Un film di cui c'era bisogno

Un commento a margine di "Zweitland" visto da quattro amici in vena di fare serata
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  • Foto: Starhaus Filmproduktion
  • È difficile parlare di 𝗭𝘄𝗲𝗶𝘁𝗹𝗮𝗻𝗱, il film di Michael Kofler, senza salutarne con approvazione aprioristica quella che con Bobi Bazlen si potrebbe chiamarne la “primavoltità”: poiché un film così sull’Alto Adige-Südtirol all’epoca degli attentati dinamitardi dei primi anni Sessanta non si era ancora visto.

    Ci siamo andati in quattro, al Filmclub di Merano, quattro amici altoatesini italofoni di vecchissima data, in due salendo dal Trentino meridionale, gli altri aspettandoci a Bolzano, per curiosare finalmente in questa pellicola che nelle ultime settimane dell’anno appena finito mi era stata suggerita da più parti. E ci è piaciuta oltre ogni attesa.

    Ci è piaciuta la storia, per come dà voce quasi senza didascalismi a prospettive diverse sul conflitto etnico, preservando le ambivalenze e le ragioni di ognuno; ci è piaciuto il necessario plurilinguismo, risolto dagli attori con naturalezza quasi compiuta; ci è piaciuta molto la scelta registica di stare addosso ai volti dei personaggi per strapparne le tensioni intime, e fotografica di uscire a malapena dal buio della notte o degli ambienti chiusi, con poche infilate di sole dall’assito-gabbia di un’atelier a ricordare che l’arte, lassù e allora, restava come imprigionata; ci sono piaciuti il carattere interculturale e transfrontaliero della produzione e l’assenza di piacioneria turistica.

    Da italiani altoatesini o ex tali, infine, siamo stati contenti di vedere – finalmente – un film che tratta la storia della nostra terra d’origine in modo che un tempo si sarebbe detto universale, aprendo interrogativi a ogni snodo di trama e dilemma interiore senza mai dare risposte, e anche vivaddìo senza incanti romantici, idillici o neo-ruralisti; persino l’istanza emancipativa e conciliatoria incarnata dal personaggio di Anna, il più bello del film oltre che il meglio interpretato, resta al di qua della proiezione ideologica retrospettiva che avrebbe potuto incrinarne la verosimiglianza.

    Se si considera che tutto ciò è stato percepito da quattro vecchi amici non troppo colti che erano mossi dall’idea di farsi una serata con spirito goliardico, ma che poi in un ristorante di Cermes si sono ritrovati a commentare le ragioni degli uni e degli altri che hanno finito per portarci qui, oggi, nel pacificato Alto Adige-Südtirol del 2026, e che un simile campione di pubblico potrebbe anche fare statistica, non si può nemmeno negare al film un valore politico oltre che estetico.

    Poi vabbè, alla fine siam finiti a parlare di comici, ma un po’ di respiro ci stava.