Il nipote dell’immigrato
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C’era una volta un certo Michele Bovino che nel 1909 emigrò dall’entroterra calabrese negli Stati Uniti. Seguì un modello familiare: prima lavorò nelle miniere della Pennsylvania, poi – dopo aver presentato la dichiarazione d’intenti per la naturalizzazione – fece venire moglie e figli tramite ricongiungimento familiare. Oggi lo si definisce con disprezzo „chain migration“. Per la famiglia Bovino, invece, fu la via verso la promessa americana.
Più di un secolo dopo, il nipote di Michele, Greg Bovino, si trova dall’altra parte di questo racconto. Nato nel 1970 in North Carolina, entra nella Border Patrol nel 1996. Dopo incarichi in California, si fa strada fino a diventare capo a El Centro, un tratto di confine relativamente tranquillo. La sua carriera procede in modo solido – finché non diventa politica.
Al più tardi durante il secondo mandato di Donald Trump, Bovino diventa una figura pubblica. I titoli ufficiali si confondono con attribuzioni autoassegnate; i media lo definiscono un „comandante tattico“, lui stesso si mette in scena come frontman inflessibile. Video che lo mostrano in operazioni spettacolari, interviste che si trasformano in apparizioni marziali. I critici gli rimproverano di aver enfatizzato gli interventi e di aver usato i social media con una retorica aggressiva. I tribunali censurano più volte le modalità operative delle autorità sotto la sua guida; organizzazioni per i diritti civili documentano presunte violazioni durante retate a Los Angeles, Chicago e Minneapolis.
Lo stile di Greg Bovino si inserisce perfettamente nel clima politico che lo ha favorito: massima visibilità, minimo dubbio su sé stesso. Dove il suo superiore, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, punta ai titoli dei giornali, Bovino fornisce immagini. Dove il „regime“ vuole dimostrare fermezza, Bovino si presenta come il volto di quella durezza – spesso senza maschera, sempre con una telecamera nelle vicinanze. I sostenitori vedono in lui un funzionario determinato. Gli oppositori tracciano il ritratto di un uomo consapevole del proprio potere e incline all’autocelebrazione, le cui operazioni seminano paura e approfondiscono le divisioni sociali. Quando Greg Bovino dirige le operazioni dell’ICE in Minnesota e cittadini innocenti vengono giustiziati in strada dalle forze sotto il suo comando, egli viene rimosso – la crudele maschera dell’America MAGA strappata via – prima che scoppi una grande rivolta.
Eppure la storia dell’italoamericano di terza generazione si conclude senza clamore. Dopo quasi trent’anni di servizio, a Greg Bovino spetta la pensione piena. Nessuna resa dei conti cinematografica, nessuna caduta drammatica – ma la solida pensione del leale funzionario statale americano. Il nipote di un immigrato che voleva difendere il sistema con pugno duro lo lascia tutelato proprio da quel sistema. Una caduta morbida, si potrebbe dire.
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