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I padri si saltano

“Mio nonno paterno fu il figlio bastardo di un’avventura di guerra con un soldato austro-ungarico”. Così inizia I padri si saltano, l'ultimo romanzo di Stefano Zangrando.
Stefano Zangrando
Foto: Privat
  • Mio nonno paterno fu il figlio bastardo di un’avventura di guerra con un soldato austro-ungarico.

    Quando venni a saperlo da mia madre, a quindici anni, quella notizia gettò di colpo una luce straniante sul poco che lei mi aveva raccontato del vecchio Sepp. Mi ero sempre immaginato un vegliardo ingobbito che a orari regolari attraversava lento e claudicante gli spazi del suo albergo alpino, sorridendo agli ospiti con gli occhietti lucidi di acquavite. Andava fiero del proprio cognome e pare che esortasse mio padre a fare altrettanto. Ora capivo quanto questa sua fierezza fosse fragile, eppure tanto più giustificata dalla natura soltanto civile, voglio dire non biologica, di quell’appartenenza famigliare. In alta Val Venosta lo chiamavano «il cinese», e quella volta compresi il perché.

     

    In alta Val Venosta lo chiamavano “il cinese”, e quella volta compresi il perché.

     

    Siglinde, sua madre, era stata una donna sfortunata. Il primo marito l’avevano trovato all’inizio del bosco con la gerla semivuota ancora in spalla, stecchito da un arresto cardiaco mentre raccoglieva rami secchi da farci fascine per la stagione fredda. Non aveva neppure trent’anni, ma era obeso e in Tirolo si beveva molto alcol. I maschi dei ceti più bassi invecchiavano presto. Rimasta vedova, Siglinde si divise tra l’economia domestica – orto, pollaio – e la chiesa del centro abitato, una frazione di poche centinaia di anime vicino a Malles, dove il parroco le dava qualche soldo per tenere puliti e in ordine banchi, altare e pavimenti. C’era anche una perpetua, ma quella il don se la teneva in casa; Siglinde, per così dire, era la responsabile del suo spazio d’intervento comunitario, la sua public manager. Solo quando il prete la raggiungeva tra i banchi deserti per soddisfare un appetito particolarmente invadente, solo allora, dopo aver accondisceso suo malgrado, Siglinde lasciava un ricordino in un angolo, vicino al confessionale o al seggio dietro l’altare – mai vicino al tabernacolo –, facendo credere all’uomo in nero che ci venissero a pisciare i ratti. Non lo faceva con rabbia, no, era solo una forma di sofferenza, una lacrimazione sui generis.

    Allo scoppio della guerra la vita si fece più dura, ma il fronte italo-austriaco rimaneva cento chilometri più a sud, capitava di rado di dover dare conforto a militari di passaggio. Tuttavia nell’estate del ’17 un fante ramingo dell’esercito imperial-regio sbucò dallo stesso bosco dove due anni prima era crollato il marito di Siglinde e cercò rifugio nella baracca che ospitava la legnaia e il pollaio. Come fosse arrivato fin lassù, così, da solo, rimane un mistero. Di certo si era defilato dalle truppe in avanzata verso il fronte. Che stesse cercando di fuggire in Svizzera? Ma la cosa più strana, come notò Siglinde appena entrò nella baracca per raccogliere le uova fresche, era che quel soldato aveva gli occhi leggermente a mandorla e la pelle brunastra. Era un chirghiso, mi spiego? Va bene che l’Impero austro-ungarico era un pot-pourri di lingue e nazionalità, ma un muso del genere in uniforme blu scura era tra le rarità più esotiche che un contadino sudtirolese di cento anni fa potesse aspettarsi di trovare tra le proprie galline.

    Sta di fatto che quel soldato straniero fu il primo, fra tutti gli uomini che la mia bisnonna aveva incontrato nella vita, a degnarla di un vero corteggiamento. E poiché il disertore non poteva certo uscire allo scoperto, tutto si svolse nella penombra di quella baracca. All’inizio bastava poco: quando Siglinde gli portava qualcosa da mangiare, una zuppa di patate o un pezzo di pane nero con un po’ di vino, il soldato fingeva di contraccambiarla porgendole con goffa cortesia un uovo che aveva sottratto poco prima alle galline. Così lui e Siglinde iniziarono subito a sorridersi. Poi si sforzarono di comunicare un po’ di più – la seduzione, si sa, è tutta un gioco di segni –, e il chirghiso, cosa insolita ma non impossibile per un soldato in quelle condizioni, pareva incline al temporeggiamento, a un gentile rinvio. Masticava un tedesco stentato frammisto a espressioni slave, Siglinde invece parlava soltanto il proprio dialetto, così iniziarono a darsi lezioni l’un l’altra: da «uovo, yaytse» e «acqua, voda» si passò presto ad «acquavite», «lavarsi», «dormire» e poi, un giorno, «sogno» e – pensa un po’ – «vestito bianco», quando il soldato cercò di raccontarle che la notte precedente lei gli era apparsa in una veste chiarissima e si era addormentata accanto a lui, sul pagliericcio. Siglinde arrossì incredula, inspirando confusa il puzzo acre degli indumenti dell’uomo mescolato all’olezzo naturale degli uccelli domestici.

     

  • Ex Libris

    Il romanzo di Stefano Zangrando I padri si saltano (Arkadia editore, Cagliari 2025) sarà presentato dall'autore martedì 20 gennaio alle 18 in Biblioteca Civica a Bolzano, con moderazione di Valentino Liberto, e venerdì 23 gennaio alle 18 nella Sala Civica di Merano, con moderazione di Christine Vescoli)

    Foto: Arkadia

    Cose come questa accadevano tra l’alba e il tramonto, quando la luce penetrava almeno un po’ in quella baracca senza finestre. Nei primi giorni Siglinde non entrò mai lì dentro nelle ore buie. Solo una sera, nella prima oscurità, quando udì dei gemiti prolungati provenire dal pollaio, la giovane vedova osò uscire con cautela e attraversare l’orto verso la baracca, se non altro per intimare a quel bizzarro traditore imperial-regio di tacere o di fare più piano, qualunque cosa stesse combinando. Non era ingenua, sapeva che il soldato era un uomo anche lui, e il fatto che fino a quel momento non avesse osato allungare le mani, preferendo indugiare in quel flirt da giovinetti, più che indispettirla l’aveva incuriosita. 

    Siglinde si sbagliava di poco: nella penombra della baracca trovò il soldato con le mani tra le cosce, ma non intento nell’atto che lei si aspettava. Era vestito e lamentava dolori. Dovette mostrarle i genitali: Siglinde inorridì. Il chirghiso, ammutolito dalla vergogna, le lasciò intendere con pochi cenni quel che era successo: anziché arrangiarsi, si era sfogato con le galline e si era preso un’infezione.

    Quando Siglinde girò i tacchi per correre in casa a preparare un impacco curativo, a metà orto udì chiamare il suo nome dalla strada. Il parroco, di ritorno dalla visita a un morente, la pregò di ospitarla brevemente per un bicchiere di vino. Siglinde ne fu spaventata, fino a quel momento il prete non aveva mai osato disturbarla in casa. Lei cercò di sottrarsi con una scusa, disse che il gallo stava male, molto male, che doveva occuparsi del gallo, ma il prete non si lasciò dissuadere e avanzò oltre il cancelletto aperto. Così quella sera, per la prima volta, Siglinde dovette sottostare all’incontinenza ansimante del parroco nella stessa alcova dove aveva dormito il suo compianto marito, sperando fino all’ultimo che il religioso, troppo preso dalle proprie voglie, non scambiasse i gemiti del gallo per quel che erano veramente. 

    Tutto andò liscio, per fortuna, e già quella notte, smammato l’uomo in nero, Siglinde poté prendersi cura del soldato. Ma a quel punto lui non poteva stare lì ancora a lungo, perché se il prete avesse iniziato a bussare più spesso alla porta di Siglinde, come lei temeva, il rischio che lo scoprisse diventava una minaccia per entrambi. Lui sarebbe stato consegnato al primo ufficiale austriaco che fosse passato di lì, lei avrebbe dovuto sopportare la vergogna di fronte all’intero paese. Così, appena il soldato iniziò a stare meglio, dovettero separarsi. Una mattina, alle prime luci dell’alba, il chirghiso le disse «A presto», le baciò le mani e sparì nel bosco dal quale era sbucato qualche settimana prima.

    Siglinde tornò, non senza sospiri, alla vita di prima, certa che non avrebbe mai più rivisto quello strano disertore che forse, chissà, era già morto sotto i colpi di fucile dei commilitoni. Poi ci fu la disfatta di Caporetto e gli austriaci ebbero il loro bel da fare nelle Venezie, sicché in Tirolo, tanto più in quello occidentale, fu come se la guerra non ci fosse. Finché un giorno della primavera del ’18, mentre spolverava i banchi in chiesa, Siglinde udì aprirsi la porta della sacrestia. Si rabbuiò in volto, già quasi sentendo le mani del prete girarle sui seni e presagendo il bisogno impellente che l’avrebbe colta dopo, ma nessuno la chiamò per nome, come faceva sempre lui prima di arrivare a toccarla. La presenza silenziosa le si avvicinò da dietro e Siglinde, prima ancora di voltarsi, sentì il puzzo di soldato, poi una voce nota le sussurrò all’orecchio: «Vestito bianco…»

    Ecco, mio nonno fu concepito così, tra i banchi di una chiesa in piena guerra mondiale, nell’unione tra una vedova venostana e un fante austro-ungarico di origine chirghisa. Il soldato – dio sa come fosse sopravvissuto in quei mesi per poi ripresentarsi lì – si era intrufolato nel luogo sacro, come scoprì Siglinde alla fine di quel miracoloso incontro, dopo aver legato il prete a una sedia e averlo costretto, sotto gli occhi atterriti della perpetua, a bere un uovo crudo dietro l’altro finché non aveva vomitato tutto per terra, dritto dritto sulla chiazza brunastra che aveva già rilasciato per la paura. Siglinde era troppo felice per restare davvero schifata da quell’obbrobrio, riuscì solo a fingere malamente, al cospetto della perpetua in lacrime e del parroco umiliato, lo sconvolgimento per la presunta violenza subita, senza potersi togliere di mente le parole misteriose con cui l’amante si era congedato, stavolta per sempre, sparendo oltre la soglia del portone principale: «Seni seviyorum», le aveva detto. Significa «ti amo», è turco. Il che non significa che io abbia anche origini turche, ma solo che quel soldato arrivava chissà da dove, che una parte del mio sangue affonda le sue radici in un oriente insondabile. 

     

    “Seni seviyorum”, le aveva detto. Significa “ti amo”, è turco (…) una parte del mio sangue affonda le sue radici in un oriente insondabile.

     

    Per questo a Malles chiamavano mio nonno «il cinese». È da lui che ho preso gli occhi. Chissà perché ha saltato quello stronzo di mio padre.