Letteratura come conoscenza
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Da qualche anno, l’Istituto per lo Sviluppo Regionale di Eurac Research sta portando avanti un lavoro a nostro avviso importante. È un’interrogazione del rapporto fra scienza e letteratura, con un focus sulle realtà rurali alpine e non. Ne avevamo già parlato in questa sede poco più di due anni fa, quando lamentammo l’assenza di relatori di lingua italiana in un convegno imminente, intitolato appunto «Literatur & Wissen(schaft)», suscitando un certo dibattito e la viva reazione di Roberta Dapunt. Da allora, assieme agli organizzatori di quel convegno abbiamo perseguito un dialogo franco e fecondo, nel corso del quale ci è toccato però renderci conto di alcune difficoltà, come dire, “oggettive” nel coinvolgere la comunità italofona in questo orizzonte culturale e di ricerca. Ma prima la sostanza.
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L'autore
Stefano Zangrando è nato a Bolzano nel 1973, ha studiato e vissuto a Trento e Berlino. È mediatore di letteratura attraverso traduzioni, recensioni, saggi e progetti territoriali. Con il romanzo Fratello minore. Sorte, amori e pagine di Peter B (Arkadia, 2018), uscito anche in traduzione tedesca, è stato finalista al Premio letterario dell’Unione Europea. Vive e lavora tra Rovereto e l’Alto Adige. Sempre per Arkadia ha pubblicato I padri si saltano (2025).
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È uscito da poco il volume che raccoglie, opportunamente rivisti, gli interventi presentati in quell’occasione. È curato da Thomas Streifeneder, direttore dell’Istituto citato, Christine Vescoli, scrittrice e direttrice di Literatur Lana, e Josef Prackwieser, collaboratore del Center for Autonomy Experience di Eurac Research. L’impressione, fin da subito, è di avere a che fare con una forma d’indagine che, sia pure a livello ancora preliminare, per vari aspetti si smarca da certe convenzioni e rigidità della ricerca universitaria – il che a nostro avviso è un pregio, tanto più in quanto promette di fornire gli strumenti per ripensare, oltre che esplorare, tutto un paesaggio umano, materiale e letterario con l’intento di generare una conoscenza esaustiva e per così dire “integrata”.
Ma è il tema a rendere il volume attrattivo alla lettura.
Sulla soglia del volume si apprezza innanzitutto la veste grafica, lontana dall’aulica mancanza di appeal delle comuni pubblicazioni accademiche (la mano è quella di FranzLab, che è l’editore, e dello studio Typeklang); colpisce poi, anche solo a sfogliarlo, l’apparato iconografico, per cui agli interventi scritti si alternano le belle fotografie di Andreas Bertagnoll, capaci di restituire per scorci e dettagli, umani o animali, la realtà rurale e alpina sovente trattata nel testo. Ma è il tema a rendere il volume attrattivo alla lettura: accennato nella premessa da Roland Psenner, presidente di Eurac Research, è sbozzato nell’introduzione da Streifeneder, che appoggiandosi a un esergo di Egon Fridell sintetizza: «Romane beschreiben das Unbewusste, Ungesagte, an den Rand Gedrängte, das, wenn es nicht von der Literatur beschrieben wird, gar nicht existieren würde»; per poi chiedersi: «Literatur als ergänzende Wissensquelle»?
L’ipotesi, in seguito suffragata da un brano di Karl Ove Knausgård, è molto più che suggestiva: è convincente. Del resto già negli anni Ottanta del secolo scorso, appoggiandosi a quella che altri cinquant’anni prima Hermann Broch considerava la funzione «gnoseologica» della letteratura, Milan Kundera aveva dichiarato nel suo L’arte del romanzo (1986) che «la conoscenza è la sola morale del romanzo», addirittura che «un romanzo che non scopra un segmento di esistenza finora sconosciuto è immorale». Si tratta poi di capire che cosa si intenda con il termine «conoscenza», proprio perché la letteratura ha un modo specifico e insostituibile di esplorare, interrogare e conoscere l’uomo e la realtà.
Col che si approda, tuttavia, a una criticità cui il libro non risponde.
Nel volume, la questione è affrontata soprattutto nel rapporto tra letteratura e storia, anche e soprattutto in virtù della presenza diffusa della storia del XX secolo nella narrativa prodotta negli ultimi decenni in e intorno all’Alto Adige-Südtirol. Col che si approda, tuttavia, a una criticità cui il libro non risponde: l’opportunità o meno, o ancor più la fondatezza scientifica, di una categoria come «Südtiroler Literatur». I più avveduti fra gli autori (Hans Heiss, Ulrike Tanzer) preferiscono parlare giustamente di «Literatur in Südtirol» o ancora meglio di «Literatur aus Südtirol», peraltro riscontrandovi proprio la rielaborazione ingombrante e a volte ingannevole della “Storia”; ma resta il problema di un rischio, quello della delimitazione regionale, che di rado in ambito scientifico ha portato a nuove scoperte o risultati illuminanti, rispondendo piuttosto a istanze identitarie o a politiche culturali protezionistiche che oggi, fino a prova contraria, non hanno più ragione d’essere. È brava in questo senso Katrin Klotz a rilevare, pur limitatamente al campo di lingua tedesca, come, rispetto ai predecessori, le autrici e gli autori più giovani affrontino tematiche collocabili ormai «in einen europäischen Kontext».
A compensazione di queste delimitazioni – che non sono un limite nella misura in cui vengono problematizzate – vi è un merito a nostro avviso notevole: quello di aver coinvolto, nel convegno come nel volume, sia studiose e studiosi sia scrittori e scrittrici, favorendo così un dialogo tra arte e scienza, per così dire, o se si preferisce tra pratica letteraria e ricerca, un dialogo ancora oggi sempre troppo assente nelle università, qui invece incentivato in un rapporto quasi paritario: così accanto a Marc Wieland, Georg Grote, Martina Kopf o Sigurd Paul Schleichl, oltre ai già citati Heiss, Tanzer o Klotz e altri, troviamo contributi – ora di poetica, ora letterari – di Oswald Egger, Jarka Kubsova, Joserf Oberhollenzer, Greta Pichler, Sabine Gruber e in particolare di Sepp Mall – al quale sono riservati più interventi critici e un’intervista, anche per via della visibilità ottenuta all’epoca dal suo notevole romanzo Ein Hund kam in die Küche, entrato nella Longlist del Deutscher Buchpreis.
Un ulteriore merito del libro è quello di accordare ampio spazio, ben oltre un qualsivoglia metodo “proporzionale”, alla letteratura di lingua ladina, qui incarnata da Rico Valär, Ivan Senoner, Nadia Rungger, Ingrid Rungalddier e naturalmente Rut Bernardi, autrice di punta, studiosa e presidente della SAAV – l’Unione Autrici e Autori del Sudtirolo che collaborò al progetto –, la quale fa bene a ricordare l’importanza della traduzione nel campo letterario plurilingue e di frontiera in cui ci muoviamo quassù – o quaggiù, visti da nord. Se infine a rappresentare la lingua italiana è soltanto un trittico in versi di Roberta Dapunt, è difficile per l’autore di queste righe, con il senno di oggi, scorgere in ciò un limite, non importa se linguistico od organizzativo. Si tratta, in realtà, del rispecchiamento fedele di un fenomeno rilevato e dibattuto anche di recente.
L’eco suscitata in Alto Adige dal saggio Lingue matrigne di Gabriele Di Luca e poi i rilievi di quest’ultimo sulla mancanza di un dibattito comune e plurilingue intorno al film Zweitland hanno riportato alla luce l’emergenza dell’ohneeinander: così già Aldo Mazza definisce da tempo l’evoluzione (si fa per dire) odierna del zelgeriano nebeneinander a spese del sempre tanto auspicato miteinander, vale a dire la tendenza dei gruppi linguistici (“etnici”? Bah) a convivere ormai l’uno accanto all’altro, magari senza più conflitti manifesti, ma anche senza realmente interessarsi gli uni agli altri: all’insegna cioè di una più o meno pacifica indifferenza. Il che, se è un problema politico sul piano generale, esteso cioè all’intera cittadinanza, rischia di assumere tratti persino inverosimili se si verifica nel campo scientifico e del dialogo intellettuale.
A inizio dicembre dell’anno appena concluso si è tenuto un secondo convegno organizzato dalla squadra diretta da Streifeneder – era stato annunciato anche qui su salto.bz – dal titolo «Bauern und bäuerliche Lebenswelten in aktuellen Erzählungen und Diskursen» e il cui programma è stato ricco. Ebbene, se anche stavolta nella rosa dei relatori era presente una sola voce italiana, quella di Carlo Romeo, possiamo garantire che non è certo per la responsabilità o, peggio, l’indifferenza di chi questo convegno l’ha organizzato. C’è stato un call for papers, sono state invitate persone, il tema era certo specifico, ma l’ombrello – quello del binomio Literatur & Wissen(schaft) – lo era molto meno, e insomma, questo è stato il risultato. È un problema? Più che altro è un’occasione persa, forse un peccato, di certo una manifestazione, questa sì, dell’indifferenza di cui si è detto.
C’è poco da lamentarsi, se poi non ci si mette in gioco.
Il fatto è che tutti, alle, tüc rispondiamo della creazione (o meno) di un dibattito scientifico e culturale plurilingue. Non basta additare le responsabilità altrui, bisogna considerare anche le proprie entro una cornice, che è anche politica, di corresponsabilità. C’è poco da lamentarsi, se poi non ci si mette in gioco – un gioco la cui posta, peraltro, è tutt’altro che modesta: giacché si tratta di creare uno spazio condiviso in cui letteratura e scienza possano dialogare in maniera feconda, così da valorizzarsi reciprocamente a favore di un sapere comune, plurale e unitario al contempo, in cui ognuna si riveli indispensabile.
Literatur & Wissen(schaft): hrsg. von Thomas Streifeneder, Christine Vescoli u. Josef Prackwieser, FranzLab – Eurac Research – Literatur Lana, Bozen 2025. Il libro sarà presentato dai curatori, nell’ambito dei Bücherwelten, il 26 gennaio nel foyer superiore del Waltherhaus a Bolzano.
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