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Politik | Catchword

Sport e Costituzione

Come la vita, lo sport può essere appassionante e frustrante. Ma davvero lo sport deve essere assunto a metafora della vita e dunque come una gara?
  • Catchword è una rubrica di parole per guardare dietro (o sotto) alle parole. Ogni due settimane Francesco Palermo parte da una parola chiave (catchword, appunto) per spiegare in modo conciso il concetto (o l’inganno) che le sta dietro. Da leggere o da ascoltare in formato podcast.

  • Le Olimpiadi invernali sono state bellissime. Non solo sul piano sportivo, ma anche in chiave umana e simbolica. Come la vita, lo sport può essere appassionante e frustrante. Ma davvero lo sport deve essere assunto a metafora della vita – e dunque la vita deve essere intesa come una gara? Non rischiamo che qualcosa di positivo produca danni collaterali? Cosa significa riconoscere costituzionalmente il valore dell’attività sportiva?

    Lo sport fa bene. Ora lo dice anche la Costituzione: nel 2023 è stato aggiunto all‘art. 33 un comma che riconosce “il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva in tutte le sue forme”. Come non essere d’accordo? E infatti i nostri baldi legislatori l’hanno approvato all’unanimità, risparmiandoci pure il referendum.

    Ma dell’unanimità bisogna diffidare ancor più che delle maggioranze. 

    Il punto non è se lo sport faccia bene. È come lo intendiamo e lo trasmettiamo. 
     

    Perché può includere, ma anche escludere; può liberare, ma anche umiliare. Per qualcuno è emancipazione, per altri è un esame pubblico del proprio limite.

    In Germania si discute se sia opportuno dare voti in educazione fisica. Cosa si valuta? La velocità? La forza? L’impegno? Se il voto misura solo risultati, produrrà frustrazione: nei bambini in sovrappeso, in chi ha l’asma, in chi è lento, o semplicemente non ha l’istinto dell’agonista. Per loro la retorica della grinta, del “non mollare mai”, dei guerrieri e del linguaggio bellico rischia di essere una condanna. E allora si smette. Non per pigrizia, ma per autodifesa.

    A cosa dovrebbe servire lo sport? Certo, a selezionare chi eccelle, anche per esaltare noi umani che guardiamo lo spettacolo. Ma deve servire anche a offrire libertà, gioco, movimento; ad accettare il proprio corpo quando non è da podio. E succede sempre meno. 

    I dati mostrano che la pratica sportiva cresce fino ai 12-13 anni e poi crolla. 

    L’adolescenza è la faglia: il corpo cambia, l’identità vacilla, e lo sport da rifugio diventa verifica. Sei abbastanza forte? Reggi la competizione? Basta che la domanda arrivi troppo presto e il danno è fatto.

    Quanto presto stiamo togliendo ai bambini il diritto di non sapere ancora chi sono? In Italia l’abbandono tra i 10 e i 14 anni è del 15% tra i maschi e del 21% tra le femmine. Forse il problema è anche l’eccesso di aspettative, e la tendenza a presentare grinta e determinazione come valori indistintamente positivi. Come se la vita fosse solo competizione.

    Il rischio è fare danni con le migliori intenzioni. Imporre un modello che funziona per alcuni e perde altri per strada. 

    La retorica bellicistica applicata allo sport (ma anche alla politica, e alla vita in generale) è seducente, ma tanto più pericolosa quanto più è inconsapevole. Come ogni catchword.

    La pressione non funziona con tutti. La Norvegia, trionfatrice olimpica, adotta modelli di sport inclusivo e basati proprio sulla mancanza di pressione. Questo non impedisce di selezionare i campioni, anzi ne agevola l’identificazione. Vincono (adesso pure a calcio, non c’è più religione) non perché sono figli di Thor geneticamente superiori, ma per investimenti mirati e scelte giuste. Per un approccio non competitivo che favorisce la capacità di competere.

    Allora viva lo sport, davvero. Ma prendiamo sul serio quel “in tutte le sue forme” scritto in Costituzione. Non solo Ettore e Achille, o l’emozionante Brignone col casco da tigre, ma anche il diritto di muoversi senza dovere sempre competere. E soprattutto senza la narrazione acritica della vita come inevitabile, infinita competizione.

  • All'episodio in forma podcast


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