Gesellschaft | La denuncia

„Un interrogatorio umiliante“

Tiziana Tagliaferri, medico in pensione, racconta l'esperienza della visita di rivalutazione per la non autosufficienza per la madre malata di Alzheimer. „Abbiamo scritto una lettera a Pamer: tempi lunghi e poi trattati come impostori da smascherare“.
Tiziana Tagliaferri e mamma
Foto: Archivio privato - SALTO
  • SALTO Dottoressa Tagliaferri, lei, in quanto figlia di una madre malata di Alzheimer, è stata protagonista di un fatto che l’ha fatta restare molto male e che ha deciso di segnalare all’Assessora Pamer. Ce lo racconta?
    Tiziana Tagliaferri: Sì. Io mi occupo di mia madre, che è malata di Alzheimer, in modo continuativo. Avevamo presentato una domanda di rivalutazione per aggravamento il 31 maggio 2025. E già qui c'è un primo punto: abbiamo aspettato più di sette mesi solo per arrivare a una valutazione per aggravamento della malattia per poter ottenere un livello di migliore di assistenza. Poi, la mattina del 20 gennaio, si presenta a casa di mia madre la commissione. Senza nessun preavviso, senza una telefonata, senza una comunicazione. Si sono presentati e basta.

     

    “Mia madre è una persona anziana, fragile, disorientata. Con l’Alzheimer…”

     

    Nessun avviso? Neanche il giorno prima?
    Nulla. E parliamo di una situazione delicata: mia madre è una persona anziana, fragile, disorientata. Con l’Alzheimer ogni cambiamento improvviso può essere destabilizzante. Io stessa sono rimasta scioccata. Ho chiesto come fosse possibile e mi è stato risposto che si erano presentati senza preavviso perché il mese precedente avevo chiesto l’annullamento di due buoni di servizio settimanali dedicati all’igiene della persona.

    Perché aveva chiesto l’annullamento?
    Per un motivo assolutamente lineare: da gennaio 2026 avevo assunto una collaboratrice che aiuta nella cura di mia mamma, tre ore ogni mattina dal lunedì al venerdì. Avevo motivato la richiesta con documentazione e contratto. Non si trattava di “tagliare” assistenza per fare chissà cosa: si trattava di organizzare la cura in modo più adatto, comunicandolo correttamente.

  • Il contesto

    La rivalutazione per la non autosufficienza dovrebbe essere un passaggio di tutela, soprattutto quando riguarda persone fragili e famiglie già sotto pressione. Ma cosa succede quando la Commissione arriva senza preavviso, dopo sette-otto mesi di attesa, e la visita si trasforma in un’ora di domande condotte con freddezza e diffidenza, come se la famiglia avesse fatto semplicemente domanda per appropriarsi indebitamente di denaro pubblico?
    È l’esperienza denunciata in una lettera inviata all’Assessora Provinciale alla Coesione Sociale, Rosmarie Pamer, da Tiziana Tagliaferri, medico specialista in Ostetricia e Ginecologia, per anni in servizio all’Ospedale San Maurizio di Bolzano e oggi in pensione. Tagliaferri assiste da vicino la madre, malata di Alzheimer, e racconta un episodio avvenuto il 20 gennaio che – scrive – l’ha lasciata “molto delusa”.

    Il caso solleva tre questioni che non riguardano solo una famiglia: i tempi lunghi della risposta pubblica, la scelta di presentarsi senza preavviso in contesti fragili e, infine, il modo in cui viene condotta la rivalutazione, tra rigidità, diffidenza e toni inquisitori.

  • Quando la Commissione entra, cosa succede?
    Trovano mia mamma in casa con la collaboratrice e sostengono che basta la sua presenza, che non è necessaria né la mia né quella di mio marito. Ma stiamo parlando di una valutazione per aggravamento: mia madre non può certo spiegare da sola la sua condizione, e la collaboratrice era lì per assisterla, non per rappresentare la famiglia, né per rispondere all’intervista. La collaboratrice, giustamente, si è sentita in difficoltà e mi ha chiamata. Io e mio marito siamo arrivati subito, abitiamo nello stesso edificio.

  • Rosemarie Pamer: L'assessora al sociale Foto: LPA / Hannes Wisthaler
  • Da quel momento in poi com‘è stata condotta il colloquio di valutazione?
    La sensazione non è stata propriamente quella di un colloquio. È sembrato un “interrogatorio”. Un clima freddo, distaccato, privo di empatia. E con un tono che mi ha colpita: più volte mi è stato detto di non “perdermi in chiacchiere”, perché non c’è tempo, che hanno solo un’ora. Mi hanno ammonita come se stessi facendo perdere tempo apposta. Mi è stato persino detto che non ero “brava” perché non rispettavo questo comando.

    Lei è un medico: immagino che questa modalità le sia sembrata ancora più strana.
    Sì, perché una valutazione non può ridursi a un cronometro e a una sequenza di domande fatte come se l’altro fosse colpevole di qualcosa. Qui c'è un’anziana malata di Alzheimer e una famiglia che assiste ogni giorno. Mi aspettavo rispetto e attenzione. Invece ho avuto l’impressione opposta: distanza e diffidenza.

    Ci racconta un esempio di questo clima di sospetto?
    A un certo punto mi viene chiesto quante volte al giorno misuro la pressione arteriosa a mia madre e se una o due misurazioni fossero “su prescrizione medica”. Io sono rimasta molto perplessa. Quando ho chiesto spiegazioni, mi è stato risposto che “ci sono persone” che dichiarano di fare dieci misurazioni al giorno per accumulare più minuti di assistenza quindi ottenere maggiori benefici.

     

    “Una situazione così delicata e gravosa può essere valutata tramite il punteggio di un’intervista di un’ora condotta in modo freddo e aggressivo?”

     

    Come se la famiglia fosse lì per truffare il sistema.
    Esattamente. Quella risposta dà l’idea del pregiudizio: come se la persona che hai davanti non fosse un familiare stremato dalla cura, ma qualcuno da smascherare. E questa cosa, in un contesto del genere, è pesante. Fa male.

    Lei, alla fine, cosa contesta di più: il merito o il metodo?
    Il metodo, prima di tutto. Perché il metodo dice già tutto. La domanda che pongo è semplice: una situazione così delicata e gravosa per una persona malata di Alzheimer e per la sua famiglia può essere valutata tramite il punteggio di un’intervista di un’ora condotta in modo freddo e aggressivo? Da quell’ora dipende l’assistenza mirata e sufficiente. È questo il punto: qui non si sta discutendo di burocrazia astratta, ma di vita quotidiana, di dignità, di fatica.

    Perché ha deciso di scrivere all’assessora Pamer?
    Perché credo che queste cose debbano essere notate. Non sto chiedendo favori: sto chiedendo che ci sia rispetto, che ci siano tempi ragionevoli, che non si arrivi senza preavviso e che chi valuta abbia la sensibilità adeguata. Non può essere un’esperienza umiliante, oltre che difficile.

    Cosa si aspetta ora dalla Provincia?
    Io vorrei che questo episodio diventasse un’occasione per interrogarsi su come funziona davvero il sistema e sulla qualità del rapporto tra pubblica amministrazione e famiglie. Perché le famiglie non sono “sospette”: sono il fulcro dell’assistenza e spesso sono lasciate sole quando avrebbero bisogno di aiuto.

    SALTO ha chiesto un commento all’assessora Rosemarie Pamer. Proporremo a breve anche un approfondimento sulla questione.