Le parole non sono mai neutrali
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“Bolzano non si merita questa manifestazione”, ha detto il sindaco Claudio Corrarati a proposito della manifestazione sulla remigrazione. Nessuna città merita una manifestazione così divisiva, tantomeno una città e un territorio che hanno conosciuto sulla propria pelle i danni che il nazionalismo infligge alle minoranze.
Bolzano, e la nostra storia, meritano prese di posizione nette e senza ambiguità, come quelle espresse da alcuni rappresentanti delle istituzioni e da molti della società civile contro il concetto di remigrazione: una parola dall’apparenza innocua che è sinonimo di deportazione, come aveva ricordato già nel Giorno della Memoria Arno Kompatscher, scegliendo poi di essere presente alla contromanifestazione.
Se ne discute molto ora, anche a rischio di offrire visibilità a una frangia minoritaria. Ma l’uso sempre più disinvolto del termine da parte di partiti della destra europea — e le immagini delle deportazioni negli Stati Uniti — impongono una posizione chiara.
Nelle ultime settimane esponenti di partiti di governo, da Fratelli d’Italia ai Freiheitlichen, hanno minimizzato e giustificato l’uso di questa parola.
La parola sta funzionando come una cartina tornasole: rivela chi riconosce quando il discorso sull’immigrazione supera il limite del confronto democratico e chi invece non vede, sceglie di non vedere o, peggio, asseconda, la deriva autoritaria ed escludente che il termine porta con sé. Presentare la proposta di legge come un semplice rafforzamento dei rimpatri per chi delinque è riduttivo. Dentro c‘è molto di più, come dimostra ampiamente la nostra analisi.
Nelle ultime settimane esponenti di partiti del governo provinciale, da Fratelli d’Italia ai Freiheitlichen, hanno minimizzato e giustificato l’uso di questa parola. E in municipio a Bolzano c’è chi sostiene la proposta di legge per “attuare la remigrazione”. Eppure in Germania è diventata ingombrante perfino per Alternative für Deutschland, che discute se prendere le distanze da Martin Sellner, l’ideologo austriaco principale propagatore del concetto. Perché nella sua elaborazione la remigrazione si fonda su un’idea etnico-culturale di popolo: non basta un passaporto, conta il sangue, l’origine, l’appartenenza.
Chi lavora e contribuisce ogni giorno ma non ha sangue italico può restare per sempre precario.
Anche la proposta di legge di cui si parla va oltre il contrasto all’immigrazione irregolare. Propone l’abolizione del decreto flussi — l’unico strumento che regola gli ingressi per lavoro — e la riapertura ampia della cittadinanza agli oriundi all’estero. Se italiani lo si è solo per sangue, allora è italiano chi ha un trisavolo del Veneto anche senza aver mai messo piede in Italia, mentre chi lavora e contribuisce ogni giorno ma non ha sangue italico può restare per sempre precario, tra file estenuanti per il rinnovo di un permesso di soggiorno o, in futuro, di una verifica sulla propria “integrazione”.
Remigrazione non è una parola neutra. Bolzano non si merita questa manifestazione, ma nemmeno l’equivoco delle parole.
Le parole segnano un confine. Sta alla politica e alla cittadinanza decidere se difenderlo o lasciarlo arretrare - anche all’interno delle coalizioni di governo.
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