Kultur | Liceo Prati

Liceo Prati sotto vigilanza da settembre

Due ispettrici per vigilarlo
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  • Il mondo al contrario

    “Liceo Prati, due ispettrici per vigilare”: così titolava il T. Quotidiano di giovedì 7 agosto. Sembra di vederlo il titolista, mentre si accinge – a metà tra l’imbarazzato e l’incredulo – a confezionare la bizzarra notizia: ma come, il Prati, fiore all’occhiello dell’istruzione trentina, messo sotto l’osservazione di due tutrici? Cosa avrà mai fatto per meritarsi tanto? avranno pensato i lettori scorrendo l’articolo in cerca della risposta che, conosciuta (“elevato tasso di selezione e dispersione scolastica”), li avrà rafforzati vieppiù nella convinzione che, oggi, il mondo sta veramente procedendo al contrario: si puniscono i savi e si premiano gli stolti.  

    La scuola deve essere selettiva, per lo stesso motivo per cui l’erba in primavera è verde. “Una scuola che non boccia – afferma lo psichiatra Paolo Crepet – è una scuola marcia che non responsabilizza e non prepara adeguatamente alla vita”. Basterebbe por mente a due esigenze sociali basilari per capire perché la scuola non può non essere selettiva: sviluppare nei giovani il principio di realtà (nell’attuale condizione educativa di iperprotezione – commentava ironicamente Crepet – “un quattro in un’interrogazione è un’esperienza mistica”); mantenere equo ed efficiente il processo di allocazione delle risorse lavorative (solo se i titoli di studio hanno un valore intrinseco garantito, non sono cioè – come quelli odierni – un falso in atto pubblico, l’ascensore sociale può funzionare). La promozione quasi garantita è una tentazione all’inoperosità irresistibile per i giovani che, pur curiosi naturalmente del sapere, patiscono applicarsi alle regole dell’apprendimento: studiare è spesso dolorosamente annoiante e senza l’incoraggiamento sociale esterno (senza preparazione adeguata, niente diploma) è impossibile attendervi. Bisogna sfatare il pregiudizio che gli insegnanti che bocciano siano superficiali e gretti e quelli che promuovono indiscrimitamente seri e illuminati; è vero proprio il contrario: solo l’insegnante che ha svolto bene e coscienziosamente il proprio lavoro durante l’intero anno scolastico trova naturale e doveroso fermare chi, non essendosi impegnato il dovuto nello studio non ha raggiunto la conoscenza minima richiesta per la promozione.  

    L’idea che la scuola non deve bocciare è consustanziale all’idea di “uguaglianza ardita” (gli individui nascono uguali e possono diventare ciò cui aspirano, se solo vengono diretti da insegnanti motivati e competenti) su cui puntarono i fautori della Scuola media unica. Ma integrare efficacemente tutti attraverso un apprendimento classico-tradizionale, in avversione a quello professionale-lavorativo, si dimostrò una speranza fallace e gli insegnanti non potendo far sì che tutti meritassero di essere promossi, promossero tutti facendo passare la cosa come un modo altamente democratico di risolvere la questione. Dalla scuola inferiore, quest’idea di uguaglianza passò per via osmotica alla superiore, ma sempre camuffata da buone intenzioni giustificative che presero connotazioni diverse a seconda del mutare del contesto. Nel momento di maggior impulso, fu il politicismo ad avere la meglio (il diritto al “6” e al “18” non fu negato a nessuno). Poi fu la volta dell’egualitarismo, senza dubbio il più strutturato (il diritto alle pari opportunità: il donmilaniano “non c’è nulla che sia ingiusto quanto far parti uguali tra disuguali”). Poi l’inclusivismo a tre gradini (inserimento, integrazione, inclusione), la cui progressione impressionò a tal punto lo psicoanalista Umberto Galimberti da fargli esclamare che l’aumento esponenziale delle certificazioni D.S.A., utilizzate come giustificazione delle negligenze, stava trasformando la scuola elementare in una clinica psichiatrica. Poi il metodologismo-didattico, il più arguto a confondere la linea di confine tra una preparazione carente e una ben strutturata (il moriniano/montaignano “meno conoscenze, più competenze”, “meglio una testa ben fatta che una testa ben piena” che svuotò le teste anche di quel poco che vi era rimasto). Da ultimo il benesserismo del FaBER.

    Un vecchio arnese del populismo comunista, i cui guasti hanno giovato non poco alla vittoria elettorale dell’attuale maggioranza (Ministero dell’Istruzione e del MERITO”), divenuto, senza nemmeno il bisogno di alcun camuffamento giustificativo, principio fondante della destra trentina è un groviglio ben arduo da districare. Con la speranza di un ravvedimento, invito l’assessora provinciale Gerosa, e il suo staff di consiglieri, a confrontarsi con “Una scuola esigente” ed. Rubbettino: ultimo libro di Giorgio Ragazzini, un professore di scuola media che si onora di essere tra i fondatori del “Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità”.