Film | Recensione

The Revolution Will Not Be Televised

Un uomo contro il sistema, sessanta ore di tensione: Dead Man’s Wire di Gus Van Sant racconta la storia vera che trasformò un gesto estremo in un evento televisivo nazionale senza precedenti.
Dead Man’s Wire
Foto: Screenshot
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    Indianapolis, 1977: una mattina Tony Kiritsis, ex imprenditore oppresso dai debiti, entra armato negli uffici della società che riteneva lo avesse truffato. Decide quindi di prendere in ostaggio il suo broker, Richard O. Hall, legando un fucile a canne mozze al suo collo tramite un filo di ferro: qualsiasi movimento o tentativo di liberazione farebbe scattare l’arma e ucciderebbe la vittima. Per oltre sessanta ore l’America trattiene il fiato, i media invadono la scena e la polizia, impreparata, osserva impotente. Su questo fatto di cronaca realmente accaduto si basa l’ultimo film di Gus Van Sant: Dead Man’s Wire (in italiano: Il filo del ricatto - Dead Man’s Wire).

    Cos'è

    Il regista di Elephant ricostruisce con taglio quasi documentaristico uno dei casi di cronaca più surreali dell’America anni Settanta. Bill Skarsgård è Tony Kiritsis, Dacre Montgomery è Richard O. Hall, presidente della Meridian Mortgage Company, Colman Domingo è Fred Heckman (che nel film si chiama Fred Temple), conduttore radiofonico che diventa il tramite diretto tra il sequestratore e il mondo esterno. Attraverso telefonate e interviste improvvisate offre al protagonista una piattaforma da cui scagliare le proprie accuse contro l’apparato finanziario, rivelandone ingiustizie e logiche spietate. Il confronto finale non è solo tra sequestratore e polizia, ma tra individuo e società, tra disperazione privata e drammatizzazione pubblica.

    Nel cast ci sono anche Al Pacino che interpreta il padre di Richard, Cary Elwes nei panni del detective Michael Grable e Myah’la in quelli della giornalista televisiva Linda Page.

  • (c) Rotten Tomatoes Trailers

  • Com'è

    Muovendosi con disinvoltura dentro un’elegante palette giallo senape che omaggia il cinema americano degli anni Settanta – con una strizzata d’occhio in particolare a quello di Sidney LumetDead Man’s Wire ripercorre la parabola di Tony Kiritsis, convinto di essere stato lentamente sospinto verso la bancarotta da un “sistema” predatorio, incarnato dalla Meridian Mortgage Company, dove le clausole in minuscolo diventano un’arma (letale).

    Mentre la polizia circonda l’appartamento dove sequestratore e sequestrato trascorrono due giorni e mezzo di fuoco, Kiritsis rilascia interviste telefoniche e pretende una conferenza stampa – la crisi deflagra in un evento mediatico nazionale, anticipando l’ossessione contemporanea per la cronaca spettacolarizzata. Le televisioni trasmettono in diretta, l’opinione pubblica si divide tra chi liquida l’uomo come squilibrato e chi lo elegge a emblema del cittadino schiacciato dall’establishment. In questo quadro i personaggi sono delineati con tratti netti, quasi programmatici: i colletti bianchi sono sanguisughe senza scrupoli, il piccolo ribelle (Bill Skarsgård in una prova un tantino troppo sopra le righe) è il corpo dissanguato e, alla fine della fiera, il sistema resta incollato al proprio status quo. Bonus track: Al Pacino, capitalista “stoico”, ruba la scena ed è un piacere da guardare. 

    Dead Man’s Wire è un film asciutto che rinuncia a ogni virtuosismo e lavora per sottrazione. Chirurgico nel racconto dell’assedio, Van Sant alimenta la tensione attraverso dialoghi serrati, tempi dilatati e un costante senso di minaccia, sciogliendo però l’azione, già ridotta al minimo, in un finale tiepido. La deliberata assenza di un vero scavo psicologico dei personaggi, poi, spegne sul nascere ogni slancio empatico, spostando l’asse del coinvolgimento su un piano concettuale: è l’istanza anticapitalista che reclama la nostra adesione più che qualsiasi traiettoria biografica. Il nodo sta proprio nel mito dell’eroe individualista americano: un’ossessione che trasforma la ribellione solitaria in gesto epico, capace di catalizzare consenso, salvo poi ricordarci che l’unica alternativa realmente incisiva sarebbe una forma di resistenza collettiva. Ma anche oggi la (vera) rivoluzione la facciamo domani.