La vita dopo il trauma
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La nuova “eroina” di Julia Roberts e di tutt* noi si chiama Eva Victor ed è la regista, sceneggiatrice e interprete di Sorry, Baby, opera prima che – segue nota polemica – avrebbe meritato un po‘ più di considerazione agli Oscar (la lunga lista di candidature e vittorie durante la stagione dei premi ci aveva fatto sperare) e invece nisba. Quindi “booo” ai parrucconi di Hollywood.
Cos’è
Sorry, Baby ruota intorno alla storia di Agnes (Eva Victor), una professoressa di letteratura inglese che insegna in un’università di una cittadina del New England, alle prese con le conseguenze di un trauma che l’ha segnata profondamente. Un episodio passato che non ci viene mostrato, che avviene fuori campo, ma che aleggia su quasi ogni altra scena del film. Il racconto, che si sviluppa in una struttura ellittica che salta avanti e indietro nel tempo, si apre nel presente con Agnes che attende la visita della sua migliore amica Lydie (Naomi Ackie). Le due vivevano insieme quando erano dottorande nella stessa università in cui Agnes ora insegna. A un certo punto Lydie chiede se l’amica esca mai di casa e ciò che c'è dietro questa domanda emerge gradualmente.
Mentre Agnes cerca di costruirsi un futuro tra lavoro, relazioni e amicizie, il passato continua a riaffiorare in modo silenzioso ma persistente. La donna naviga il dolore con ironia, silenzi, distacco e momenti di vulnerabilità estrema. Il film alterna momenti di leggerezza e introspezione nell’esplorare le interazioni quotidiane della protagonista, le dinamiche intime della guarigione, il lento processo di riconciliazione con se stessa, e il desiderio di ritrovare il controllo sulla propria vita.
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(c) A24
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Com'è
Quello di Eva Victor è un piccolo film indipendente solo in apparenza, che ha un merito enorme: riesce a raccontare un tema molto sensibile con un approccio autentico, onesto, delicato e una lucidità emotiva disarmante. Non indulge mai nel melodramma, una scelta di campo che potrebbe essere poco appagante per chi è abituato a essere imboccato, ma il risultato è di quelli che durano: un film i cui dettagli ritornano alla mente quando si sta piegando il bucato o mettendo a posto i piatti ore dopo.
Sorry, Baby non si basa tanto sul trauma in sé ma sul processo di ricostruzione personale dopo un’esperienza traumatica. Victor fa molte cose nel modo giusto: quando per esempio ha un’intuizione vincente nel contrapporre al personaggio “cattivo” un paio di “buoni” o nell’affidarsi, per raccontare la sua storia, a un tono difficilissimo, intimo, spesso attraversato da un umorismo asciutto e intelligente senza sminuire la gravità dei temi o edulcorare nulla. Si sorride, ma con il nodo in gola.
La scrittura è affilata, consapevole del modo in cui oggi si parla (o non si parla) di trauma, consenso, relazioni e identità. Non spiega troppo e gli eventi cruciali avvengono tra una scena e l’altra, mentre Victor ci mostra invece momenti a prima vista banali della vita quotidiana, fidandosi della nostra capacità di mettere insieme i pezzi. Si esce dal cinema con la sensazione di aver visto rappresentata la realtà in un modo totale, come raramente accade, e in più con la certezza incrollabile che sì, i gatti salveranno il mondo.
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