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“Kompatscher ha avuto poco coraggio”

Negozi di nuovo aperti la domenica dopo il Covid. Antonella Costanzo punge la Provincia “troppo sensibile ai grandi imprenditori”: “Ora si trovi una strada altoatesina”.
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Foto: ©ElasticComputeFarm / Pixabay

Dal 5 luglio in Alto Adige i negozi possono di nuovo tenere aperto la domenica e nei festivi. Si è così tornati al periodo precedente all’emergenza Covid e al lockdown, secondo le regole dettate dalla liberalizzazione nazionale per il commercio decisa dal governo Monti nel 2011-2012. Forse, come pensano alcuni osservatori, la fretta è stata eccessiva. Si poteva in altre parole cogliere almeno l’occasione per una riflessione adeguata, come invocano da tempo sindacati, piccole e medie imprese del settore, assieme all’Alleanza per la domenica di cui fa parte la diocesi. O persino per un ripensamento delle regole, come ha fatto il Trentino che è tornato in parte ad applicare le regole precedenti a Monti. In ogni caso, la ricerca di una soluzione altoatesina sulla discussa questione degli orari del commercio resta doverosa. E passa per la via della norma di attuazione da discutere con il governo. Di questo è convinta Antonella Costanzo, segretaria della Filcams della Cgil/Agb di Bolzano, che affronta l’intera tematica dal punto di vista dell’interesse dei lavoratori. Non per forza opposto a quello dei consumatori.

 

 

Per capire meglio è utile partire dall’inizio, andando all’indietro rispetto all’attuale fase post-Covid. All’apertura generalizzata di domenica e nei festivi - che per alcuni è ormai assodata e imprescindibile, per altri un’inutile aggravio sui dipendenti e le loro famiglie - si è arrivati tramite un processo graduale. “Tutto è cominciato con la liberalizzazione di Bersani (attorno al 2006, ndr) che già aveva aumentato il numero di festivi concessi alle attività - riepiloga Costanzo -. Rimaneva però in piedi la concertazione obbligatoria tra le parti, che concordavano su un certo numero di aperture domenicali”.

Successivamente si è giunti nel biennio 2011/2012 alla ben più ampia liberalizzazione connessa ai decreti di Mario Monti. “Si è affermato in pratica - riprende la sindacalista - il concetto di libera impresa. In base a questo approccio, l’azienda non ha più controparti sociali e può decidere in piena autonomia quando aprire, a seconda delle esigenze economiche e di fatturato”.

L’impatto è stato avvertito nel tessuto commerciale altoatesino, “composto dalle piccole imprese familiari delle valli”, prosegue la segretaria Filcams, “per le quali è complicato con le risorse umane a disposizione reggere la concorrenza della grande distribuzione”.

Il presidente avrebbe dovuto utilizzare i poteri speciali per mantenere le chiusure e porre i presupposti per la discussione su delle norme altoatesine

Il confronto economico e politico che è scaturito da questo dualismo - mai pienamente risolto - vede quindi da un lato le piccole e medie imprese del commercio, dall’altro i grandi operatori “riuniti in Federdistribuzione”. A livello locale i marchi più noti sono Despar (gestito da Aspiag), Metro, Zara.

Cos’è successo con il diffondersi del Covid-19 e il successivo lockdown? “Arno Kompatscher - riprende Costanzo -, in qualità di commissario straordinario per l’epidemia in provincia di Bolzano, è intervenuto sugli orari di tutti i negozi e ha imposto la chiusura domenicale, valida anche per i supermercati”.

Tutti gli esercizi commerciali sono tornati al regime di Monti

Questo fino al 5 giugno 2020. Poi, se si guarda al contesto regionale, le strade di Bolzano e Trento si sono divise. Mentre il Trentino ha mantenuto la serrata domenicale e festiva, l’Alto Adige ha accelerato verso la riapertura. “Tutti gli esercizi commerciali - riassume la segretaria Filcams - sono tornati al regime di Monti”. A suo avviso è una scelta compiuta con “eccessiva fretta”. “Se il governo nazionale discute di prorogare lo stato di emergenza fino a ottobre, come pensa la Provincia di Bolzano di riportare facilmente la situazione del commercio a prima del coronavirus? A nostro giudizio riportare tutte le attività al regime precedente è profondamente sbagliato”.

Costanzo chiama in causa lo stesso Kompatscher: “La Provincia - argomenta - ha accelerato, probabilmente prestando attenzione alle lobby dei grandi operatori locali, senza tenere conto dell’opportunità del momento”. Dalla Cgil/Agb la richiesta era invece di maggiore cautela, anche alla luce dei progressivi allentamenti sulle norme anti-contagio. “Purtroppo, la realtà attuale è questa: anche se è obbligatorio entrare nei negozi con la mascherina, riceviamo segnalazioni di attività in cui nessuno controlla. Per alcune aziende è considerato un costo collocare un dipendente a controllare, ma se qualcuno si ammala e infetta i colleghi, va chiuso l’intero punto vendita, il costo è ancora maggiore e soprattutto si è rischiato sulla salute e sulla sicurezza dei lavoratori e dei cittadini”.

La questione resta dunque sul tavolo della politica altoatesina, a cui il sindacato chiede di insistere lungo la strada del dialogo con il governo. “Il presidente avrebbe dovuto utilizzare i poteri speciali per mantenere le chiusure e porre i presupposti per la discussione su delle norme altoatesine” incalza Costanzo. “Il modello trentino può non essere per forza da copiare tuttavia almeno loro hanno dato prova di disponibilità politica” afferma). Ma è una strada possibile.

La soluzione passa dunque per le regole pensate a livello locale. Su cui però c’è un rischio. “Occorre discutere una norma di attuazione in seno alla Commissione paritetica dei 12 - riprende la rappresentante Cgil/Agb -. Dalle notizie di stampa apprendiamo che si tratta di uno dei temi oggetto delle trattative con il governo. Bene, bisogna proseguire, non vorremmo però che si finisse per portare qui le competenze a vantaggio di una politica locale sensibile solo ai grandi operatori”.

Il Covid ha dimostrato che si vive benissimo senza fare la spesa nei festivi

Infine, da parte di Costanzo c’è un commento sulla presunta conflittualità tra il diritto al riposo dei lavoratori e la necessità dei consumatori di fare la spesa la domenica. “Non esiste. Il Covid ha dimostrato che si vive benissimo senza fare la spesa nei festivi. È solo questione di organizzarsi nel resto della settimana. Inoltre, mentre l’apertura domenicale è solo un costo in più per la gran parte dei commercianti, in quanto dati di fatturato di molte aziende dimostrano che si tratta di incassi spalmati e non aggiuntivi, all’opposto la chiusura rappresenta una tutela e un elemento di qualità della vita per i lavoratori del settore, circa 25-28.000, e delle loro famiglie”.