Politik | Medio Oriente

“Gli iraniani sono stufi ma coraggiosi”

Il medico iraniano Mohsen Farsad, primario a Bolzano, racconta a SALTO le nuove proteste in Iran, tra carovita, repressione e sfiducia verso le promesse del presidente Pezeshkian: "Trump? In pochi credono che il cambiamento arrivi con i bombardamenti".
Yazd Iran
Foto: Mohsen Farsad
  • In Iran sono in corso numerose proteste. Meno partecipata rispetto a quella del 2022, nata dal movimento “Donna, vita, libertà”, l'attuale mobilitazione è motivata soprattutto dalla crisi economica e si è diffusa in molte città. Dopo alcuni giorni relativamente pacifici, tra mercoledì e giovedì sono scoppiati scontri con le forze di sicurezza che hanno provocato diverse vittime. Il medico iraniano Mohsen Farsad, primario di medicina nucleare presso l'ospedale di Bolzano, ha analizzato la situazione caratterizzata dal carovita, dalla repressione e dalla sfiducia verso le promesse del presidente Pezeshkian.

    SALTO: Vivendo lontano dall’Iran ma restando in contatto con familiari e amici, come sta seguendo quello che sta accadendo in questi giorni?
    Mohsen Farsad: Sto seguendo la situazione molto da vicino. Al momento non ci sono blackout delle comunicazioni: è possibile parlare con familiari e amici, e questo permette di avere un quadro diretto di ciò che accade. Quello che colpisce, oltre a quanto già riportato dai media europei, è un clima di forte tensione non solo tra popolazione e regime, ma anche all’interno del fronte dell’opposizione.
    Negli ultimi anni, soprattutto dopo il 2022, si è rafforzata moltissimo la presenza del figlio dello Scià come possibile figura di riferimento per una transizione. Nei social media questa influenza è diventata sempre più evidente, sostenuta da una campagna comunicativa molto potente. Inizialmente era vista anche come una speranza, perché sembrava offrire un sostegno a chi, dentro il Paese, ha pagato e continua a pagare un prezzo altissimo per l’opposizione al regime. Negli ultimi mesi, però, il clima è cambiato: molti oppositori storici, anche figure simboliche che difendono i diritti umani e che sono rimaste in Iran, sono stati screditati e messi ai margini. Questo è un aspetto che, a mio avviso, nei media europei viene raccontato ancora troppo poco.

     

    "Un segnale importante è il coinvolgimento dei bazari, i commercianti dei grandi bazar, che storicamente avevano sostenuto la Rivoluzione del 1979. Quando anche loro scendono in protesta significa che la crisi è diventata insostenibile"

     

    Quanto sono diverse queste proteste – che si sono allargate anche a città più piccole - da quelle del movimento "Donne, Vita, Libertà"? Quanto pesa oggi la crisi economica e il carovita nella vita quotidiana delle persone, e quanto questo spiega le proteste rispetto ad altri fattori politici o sociali?
    Le proteste attuali sono in parte diverse, ma nascono da un terreno comune: una popolazione stanca, impoverita e sempre più consapevole. Questa volta il fattore economico pesa moltissimo. La svalutazione della moneta iraniana è stata enorme e a pagarne il prezzo sono soprattutto le famiglie, ma anche i commercianti.
    Un segnale molto importante è il coinvolgimento dei bazari, i commercianti dei grandi bazar, che storicamente avevano sostenuto la Rivoluzione del 1979. Oggi il loro peso nell’economia è molto ridotto rispetto al passato, perché gran parte del potere economico è passato nelle mani dei Pasdaran. Tuttavia, quando anche loro scendono in protesta significa che la crisi è diventata insostenibile. Sono convinto che queste manifestazioni siano spontanee: non credo, per esempio, che dietro ci siano Stati Uniti o Israele. La rabbia nasce dall’interno, dal carovita, dalla mancanza di prospettive, dall’isolamento del Paese e dalla richiesta di libertà. La popolazione è stufa, ma è anche molto coraggiosa.

  • Mohsen Farsad: il medico iraniano è primario di medicina nucleare presso l'ospedale di Bolzano. Foto: Mohsen Farsad
  • Il presidente Masoud Pezeshkian ha parlato di responsabilità del governo e di ascolto dei cittadini: queste parole sono credibili per la gente comune che spera in azioni concrete o prevale lo scetticismo?
    Prevale uno scetticismo totale. Le sue parole non hanno alcun effetto sulla popolazione, perché sono percepite come vuote. Tutti sanno dove stanno le responsabilità: l’embargo economico degli americani e soprattutto l’adesione recente degli europei alle sanzioni economiche con l'attivazione del meccanismo "snapback" ha sicuramente contribuito al disastro economico iraniano ma è stata determinante la gestione fallimentare dell’economia da parte del regime iraniano. Un cambiamento autentico potrebbe avvenire solo se Ali Khamenei si ritirasse e si aprisse davvero la strada a un referendum e a elezioni libere, con candidati scelti senza filtri.

     

    "Quando leader stranieri minacciano interventi militari o dichiarano di stare con il popolo iraniano, il risultato spesso è controproducente: delegittimano proteste che sono autenticamente popolari e offrono al regime il pretesto per una repressione ancora più dura"

     

    Come è vista la nuova minaccia di  Donald Trump? E' proprio di  ieri la notizia dell'attacco statunitense contro il Venezuela...
    La popolazione sa distinguere bene tra pressioni esterne e cattiva gestione interna. Quando leader stranieri minacciano interventi militari o dichiarano di stare con il popolo iraniano, il risultato spesso è controproducente: delegittimano proteste che sono autenticamente popolari e offrono al regime il pretesto per una repressione ancora più dura. Anche le recenti dichiarazioni di Trump, così come le prese di posizione israeliane, vengono viste con grande diffidenza. Gli iraniani sono molto nazionalisti e l’idea che un cambiamento possa arrivare grazie a bombardamenti o ingerenze esterne è accettata solo da una minoranza molto ristretta, spesso amplificata dai social media.

    Che ruolo può avere oggi la diaspora e, guardando avanti, vede più speranza o più paura per il futuro del Paese? 
    Io sono convinto che il sistema politico iraniano cambierà. Il Paese è già cambiato profondamente, soprattutto grazie alla popolazione. Dal 2009 in poi, e ancora di più dal 2022, c’è stata un’accelerazione fortissima. La repressione violenta ha paradossalmente rafforzato la consapevolezza collettiva.
    Anche la diaspora può avere un ruolo fondamentale. Ci sono moltissimi iraniani all’estero in posizioni di altissimo livello, nelle grandi aziende tecnologiche, nelle università, nella ricerca, perfino alla NASA o in Google, che tornerebbero volentieri in Iran se il sistema politico cambiasse. C’è un attaccamento fortissimo al Paese e la volontà di contribuire alla sua ricostruzione sarebbe enorme.
    La mia speranza è che il cambiamento avvenga senza nuove ingerenze esterne, perché quelle rischierebbero di creare ulteriori conflitti. Vedo più speranza che paura, anche se il percorso potrebbe essere lungo e complesso.