Sport | Paralimpiadi 2026

“È tempo di unire Para e Olimpiadi”

La campionessa olimpica Antonella Bellutti propone di superare la divisione tra Olimpiadi e Paralimpiadi e immaginare un unico grande evento sportivo: “Il senso dei Giochi è unire. Gli atleti vogliono essere raccontati per le loro performance”.
fiamma olimpica
Foto: Seehauserfoto
  • SALTO: Nel suo editoriale sul quotidiano Domani ha criticato la duplicazione di Olimpiadi e Paralimpiadi. Cosa l’ha spinta a intervenire su questo tema?

    Antonella Bellutti: L’idea di commentare questa divisione non nasce solo da una mia riflessione personale. È qualcosa che ho percepito anche nel pubblico. Si chiude un grande evento come i Giochi con una cerimonia faraonica che celebra la bellezza dello sport, ma in quel momento manca completamente lo sport paralimpico. Poi, due settimane dopo, si apre un altro evento con un’altra cerimonia e un’altra liturgia che di fatto replica quella olimpica. A quel punto viene spontaneo chiedersi quale sia davvero il problema nell’unire i due eventi. Tanto più che esempi concreti esistono già: nell‘Universiade invernale di Torino del 2025 sono state organizzate gare per atleti olimpici e paralimpici all’interno dello stesso programma. Quindi si può fare. Certo, probabilmente la manifestazione durerebbe più a lungo, ma sarebbe coerente con l’idea di uno sport che vuole davvero dirsi inclusivo.

    Dal punto di vista organizzativo, un evento unico sarebbe davvero sostenibile?

    Sì, perché i numeri dimostrano che non è impossibile. Se guardiamo alle ultime edizioni dei Giochi, per esempio, le Olimpiadi estive hanno ospitato circa 10.500 atleti, mentre ai Giochi invernali di Milano-Cortina gli atleti sono stati circa 3 mila. Se ipotizzassimo di unire il programma olimpico e paralimpico dei Giochi invernali, arriveremmo a circa 5.000 atleti, un numero assolutamente gestibile. Non c’è quindi un problema di organizzazione o di logistica. L’unica vera questione riguarda il calendario, che andrebbe allungato e organizzato in modo da rispettare le esigenze di tutte le discipline e di tutti gli atleti.

  • Chi è

    Nata a Bolzano, Antonella Bellutti ha conquistato le medaglia d’oro ai Giochi Olimpici di Atlanta 1996 (inseguimento) e di Sydney 2000 (corsa a punti) nel ciclismo su pista. Laureata in Scienze motorie, ha collezionato molteplici esperienze di profilo tecnico, dirigenziale e didattico. Mercoledì 4 marzo è intervenuta su Domani Editoriale con un commento dal titolo La duplicazione di Olimpiadi e Paralimpiadi: quando non si sa come includere, si separa.

    Foto: OCI
  • “La fiamma paralimpica non nasce dal fuoco sacro di Olimpia, ma da quello acceso a Stoke Mandeville, dove si organizzarono i primi giochi per atleti con disabilità”

     

    Questo significherebbe immaginare un unico evento: stessa fiamma, stesso medagliere, stesse settimane di gare...

    Esatto, perché molti simboli oggi sono già duplicati. La liturgia paralimpica ripete quasi esattamente quella olimpica: il viaggio della fiaccola, l’accensione del braciere, le cerimonie. Però spesso dietro quei simboli ci sono storie diverse. Ad esempio, la fiamma paralimpica non nasce dal fuoco sacro di Olimpia, ma da quello acceso a Stoke Mandeville, dove dopo la Seconda guerra mondiale si organizzarono i primi giochi per atleti con disabilità. Sono tradizioni diverse che però usano simboli molto simili. A questo punto tanto vale immaginare che dentro quegli stessi simboli possano convivere tutti i significati. Una sola fiaccola per un unico evento.

     

    “In futuro lo sport dovrà confrontarsi sempre più con molti temi che oggi sono ancora tabù, come la questione degli atleti transgender o intersex”

     

    D’altra parte si potrebbe pensare che mantenere gli eventi separati permetta di dare la stessa visibilità, in due momenti diversi, alle due manifestazioni. Questo può fare conoscere meglio alcuni movimenti sportivi, che possono così crescere, e permette di conoscere le storie degli atleti paralimpici. Cosa ne pensa?

    Io credo che gli atleti con disabilità vogliano essere raccontati prima di tutto per le loro performance sportive, non sempre per le loro storie personali o per il fatto di essere stati “sfortunati”. La narrazione dovrebbe cambiare, così come è cambiata, e continua a cambiare, quella dello sport femminile. Per molto tempo si è pensato che sport maschile e femminile dovessero restare separati anche come racconto mediatico perché le prestazioni erano diverse. Abbiamo lottato per più di 150 anni perché uomini e donne potessero stare nello stesso spazio sportivo. Credo che questa riflessione debba valere anche per lo sport praticato da persone con disabilità. 

    Si tratta certamente di una sfida per tutto il mondo dello sport. Ne intravede altre collegate a questa?

    In futuro lo sport dovrà confrontarsi sempre più con molti temi che oggi sono ancora tabù. Penso, per esempio, alla questione degli atleti transgender o intersex. In generale, credo che sia arrivato il momento di allargare lo sguardo e di smettere di organizzare lo sport in compartimenti stagni. Gli esempi che dimostrano che un modello diverso è possibile esistono già, come l’Universiade di Torino, e hanno funzionato. Per questo penso che il vero passo avanti sia immaginare un sistema sportivo capace di includere davvero, non solo di dichiararlo nei suoi valori.