Film | Recensione

Se queste mura potessero parlare

Sentimental Value di Joachim Trier è un dramma famigliare crudo e senza filtri sui padri assenti e i traumi intergenerazionali, sugli errori commessi e le forme della riconciliazione. Senza girarci troppo intorno, uno dei migliori film del 2025.
Sentimental Value
Foto: Screenshot
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    Se vi tira dentro è capace di strapparvi il cuore dal petto. L’ultimo film di Joachim Trier, Sentimental Value (Affeksjonsverdi), vincitore del Grand Prix Speciale della Giuria al 78° Festival di Cannes e candidato norvegese come miglior film straniero agli Oscar 2026, esce in Italia il 22 gennaio, guai a perderselo.

    Cos’è

    Il film, ambientato a Oslo, ruota attorno a Nora Borg (Renate Reinsve), attrice teatrale sensibile e inquieta, e alla più diplomatica Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas), un’accademica: due sorelle costrette a fare i conti con il ritorno improvviso nelle loro vite del padre Gustav (Stellan Skarsgård), regista affermato e figura distante della loro infanzia. Il pretesto è un nuovo progetto cinematografico, un film fortemente autobiografico che l’uomo presenta come un tentativo di affrontare il proprio passato – ma più che un gesto di riconciliazione diventa una miccia capace di riaccendere conflitti irrisolti.

    Gustav propone a Nora di interpretare il ruolo della madre nel film ma lei rifiuta, il filmmaker ripiega allora sulla giovane star di Hollywood Rachel Kempf (Elle Fanning). Nora si sente divisa tra il bisogno di approvazione e il risentimento accumulato negli anni verso il padre mentre Agnes, che ha costruito una vita più ordinata, osserva il riemergere delle tensioni con uno sguardo pragmatico e cerca di preservare un equilibrio ormai fragile.

  • (c) NEON

  • Com’è

    Joachim Trier è prima di tutto un regista di attori. Renate Reinsve, Stellan Skarsgård, Inga Ibsdotter Lilleaas ed Elle Fanning fanno faville, e anche i ruoli secondari sono tratteggiati con la stessa cura, contribuendo a costruire un microcosmo famigliare credibile e coerente. Dal punto di vista stilistico la regia è calibrata ed elegante, massimamente attenta ai dettagli. La macchina da presa fluttua all’interno della protagonista del film: la casa di famiglia, luogo profondamente identitario per ciascuno dei Borg, dove tutto ciò che lì è successo riverbera attraverso la sua stessa storia e quella delle persone che in ogni momento la abitano. Più il film va avanti più scava nei sentimenti dei personaggi senza trascurarne nessuno, merito soprattutto di una scrittura solidissima firmata dallo stesso Trier e da Eskil Vogt, già sceneggiatori dell’acclamato The Worst Person in the World.

    Sentimental Value è una delle rappresentazioni più realistiche delle complessità famigliari, una riflessione delicata sulla solitudine e sulla depressione, sugli effetti del trauma intergenerazionale e sulla possibilità, catartica, di una riconciliazione che passa solo attraverso l’arte – punto di partenza necessario per guarire. 
    È un’opera emozionale ma mai sdolcinata né manipolatoria, con un approccio misurato al dramma che è forse il suo maggiore pregio: Trier avrebbe potuto facilmente caricare subito tutto il peso emotivo sul racconto e invece lo spoglia tutto, mostrando quello che vivono i personaggi – imperfetti e fragili – in tempo reale, in modo autentico e onesto, con i loro dolori letteralmente scolpiti nell’ambiente circostante, che imparano finalmente a parlarsi e a vedersi. La sequenza finale squaglia ogni difesa, andateci preparati.