“Ci battiamo per la democrazia in Iran”
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SALTO: Da quanto tempo vivete in Italia e dove vi trovate attualmente?
Cardo Maleki: Viviamo entrambi in Alto Adige. Io sono a Bolzano dal 2016, mentre la mia collega Enteha Ivarkar vive a Bressanone dal marzo 2021. Siamo entrambi iraniani di origine curda.Avete contatti con i vostri familiari in Iran?
Cardo Maleki: In questo momento no. Da giorni c’è un blackout totale. Tutta la mia famiglia è in Kurdistan iraniano e non riesco a contattarli.Come vivete questa situazione personale?
Cardo Maleki: Con grande preoccupazione ma pieni di speranza. Io non torno in Iran da quasi vent’anni. Ma sappiamo che la libertà ha un prezzo, e il popolo curdo lo ha sempre pagato. -
Cardo Maleki e Enteha Ivarkar
Cardo Maleki si è trasferito a Bolzano nel 2016, dal 2017 fino al 2023 ha lavorato nel campo sociale ed Attualmente lavoro come responsabile di vendita per una azienda italiana. È membro dell’associazione culturale Kurdistan ed un’attivista. Enteha Ivarkar è anche lei un’attivista curda, vive a Bressanone in Alto Adige dal 2021.
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Pensate che le proteste ora in corso in Iran possano portare alla caduta del regime?
Cardo Maleki: Anche se non immediatamente, ma siamo convinti che questo sia l’inizio della fine. Il regime affronta crisi profonde: economica, ambientale, sociale e politica. Non è più in grado di governare a lungo.Che ruolo potrebbero avere gli Stati Uniti?
Cardo Maleki: Gli Stati Uniti agiscono in base ai propri interessi. Una possibilità è un compromesso che mantenga il sistema attuale, magari con una figura diversa al vertice. Un’altra è uno scontro più diretto. Speriamo però che prima di qualsiasi intervento esterno ci sia una pressione internazionale che permetta al popolo iraniano di decidere il proprio futuro, ma se un intervento esterno può salvare la vita dei manifestanti, ben venga.L’Iran è uno Stato multietnico, ma non ha mai costruito un vero sistema di convivenza tra i popoli che lo abitano.
Qual è il punto di vista curdo sulle proteste in corso in Iran?
Cardo Maleki: Il punto di vista curdo è molto diverso da quello persiano, soprattutto da quello del centro dell’Iran. Da oltre cent’anni subiamo una discriminazione sistematica: ci è stata negata la lingua, la cultura e la storia. Le nostre richieste politiche coincidono con tanti popoli in Iran, tranne che con quelle del centro del paese. L’Iran è uno Stato multietnico, ma non ha mai costruito un vero sistema di convivenza tra i popoli che lo abitano.Vi definite attivisti politici?
Cardo Maleki: Sì. Siamo attivisti curdi e membri di associazioni culturali e politiche, sia in Iran sia all’estero. Ci battiamo per la democrazia in Iran e per l’autonomia del Kurdistan iraniano. Per questo siamo stati perseguitati dal regime, ma anche minacciati da settori autoritari dell’opposizione all’estero.Potete fare un esempio concreto della discriminazione subita?
Enteha Ivarkar: Anche scegliere il nome dei nostri figli è controllato. I nomi curdi spesso non vengono accettati. È un esempio semplice, ma racconta bene cosa significa vivere sotto questo regime: non poter decidere nemmeno la propria identità. Noi curdi siamo circa il 15 percento della popolazione iraniana, però più del 70 percento dei prigionieri politici sono curdi. -
A cosa vi riferite quando parlate di opposizione autoritaria?
Cardo Maleki: In particolare ai sostenitori della monarchia e del figlio dello Shah, Reza Pahlavi. Se un curdo esprime dissenso verso questa linea, viene accusato di essere separatista o addirittura di non essere un “vero curdo”.Qual è la vostra posizione su Reza Pahlavi come possibile alternativa al regime islamico?
Cardo Maleki: Siamo contrari. È figlio di un dittatore che il popolo iraniano ha già rifiutato. Tornare a una monarchia non significa andare verso la democrazia. Il futuro dell’Iran non può essere il suo passato.Esistono video alterati o falsificati in cui slogan contro la dittatura vengono presentati come slogan a favore della monarchia.
Come valutate i suoi recenti appelli alla protesta?
Cardo Maleki: Le proteste e gli scioperi erano già in corso prima dei suoi appelli. In particolare, i partiti politici curdi avevano indetto uno sciopero generale che ha coinvolto oltre 50 città, soprattutto nel Kurdistan iraniano. Storicamente, la risposta popolare agli appelli di Pahlavi è stata molto bassa rispetto a quella ottenuta dalle iniziative curde.Sembra che Pahlavi abbia molto consenso...
Cardo Maleki: Perché molti contenuti mediatici sono stati manipolati. Esistono video alterati o falsificati in cui slogan contro la dittatura vengono presentati come slogan a favore della monarchia. Questo ha creato una percezione distorta, soprattutto all’estero. Il regime attuale iraniano è sempre stato d’aiuto in questo, per far perdere la speranza alla maggior parte die popoli in Iran che non vorrebbero mai il ritorno della monarchia.Secondo voi il regime islamico ha interesse a sostenere Pahlavi come opposizione?
Cardo Maleki: Sì. In passato il regime ha eliminato opposizioni democratiche e progressiste, mentre ha tollerato figure utili a dividere l’opposizione e a screditare le alternative realmente democratiche.Che ruolo ha avuto lo slogan “Donna, Vita, Libertà”?
Cardo Maleki: È uno slogan curdo. Pahlavi lo ha usato per darsi visibilità, ma recentemente lo ha rimosso dai suoi canali ufficiali. Questo dimostra che non crede realmente in quei valori. -
Ogni protesta è un segno di maturità politica.
Come giudicate ciò che sta accadendo in Siria, ad Aleppo?
Cardo Maleki: Non siamo sorpresi. Le esperienze di autogoverno curdo, basate sulla parità tra uomini e donne e su un sistema laico, non sono tollerate dalle forze islamiste. Oggi quelle zone vengono nuovamente massacrate.Le proteste vi danno speranza?
Enteha Ivarkar: Sì. Ogni protesta è un segno di maturità politica. I diritti non vengono regalati, vanno conquistati. Siamo orgogliosi di chi scende in piazza, anche se ha idee diverse dalle nostre.Qual è la vostra maggiore preoccupazione per il futuro?
Cardo Maleki: Che dopo la caduta del regime si tenti di imporre di nuovo un sistema centralista o monarchico. In quel caso, i curdi non lo accetteranno. Un nuovo conflitto interno sarebbe inevitabile. -
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